Operazione: salvataggio – Una parabola sulla gioia e la libertà di essere semplicemente

Il nostro tema, Operazione Salvataggio, mette in luce il primo passo sul cammino spirituale: la conoscenza di sé attraverso il discernimento liberatore.

Operazione: salvataggio – Una parabola sulla gioia e la libertà di essere semplicemente

Dall’alto dell’osservatorio marino intravedo l’orizzonte.

Il cielo e il mare sembrano non avere fine.

Quando il giorno inizia, si vedono i gabbiani librarsi in volo sulle scogliere. Con uno sguardo attento, nel tempo limpido, la quiete e la trasparenza dell’acqua permettono di intuire le profondità abissali piene di esseri, molti ancora sconosciuti.

La mia missione è la ricognizione e il salvataggio. Del resto, come gli esseri marini che osservo, sono attento al mare infinito dell’essenza umana che si manifesta in me.

Riconoscere richiede conoscenze preliminari. Il salvataggio richiede amore e coraggio. Pertanto, il riconoscimento dipende da una memoria speciale e il salvataggio richiede impegno in un’azione costante. Ogni passo in questo percorso di conoscenza di sé mi porta sempre più in alto e più in profondità in questa essenza. Come direbbe Ermete Trismegisto: come in alto così in basso. Uso tutto ciò che può essere utile. Mi dono totalmente a quell’arte: l’Arte sacra.

Faccio un respiro profondo, cercando di sfruttare al meglio i ricordi di altre missioni. Osservo l’immensa collezione del Museo dell’Osservatorio. Ogni collezione corrisponde a un vasto catalogo che altri osservatori mi hanno lasciato in eredità. Tuttavia, è necessario controllarli uno per uno, per catturare ogni dettaglio con i miei occhi. È come se guardassi quella bolla magnetica in cui è immerso il mio io: questo microcosmo pieno di ricordi di pensieri, sentimenti, azioni e reazioni, miei e tanti altri. 

Ma la conoscenza non è solo il frutto di pensieri, teorie, letture, cataloghi. Noto che il mio sguardo è selettivo. Un esemplare mi piace più di un altro, provo emozioni diverse quando entro in contatto visivo con loro. Tocco ciascuno, percepisco colori e dimensioni differenti. L’odore del mare mi porta ricordi di sapori. Alcuni mi fanno rivivere suoni naturali e ricordo esseri diversi. Alcuni sono predatori, altri sono veri lavoratori del mare infinito. Cerco di non selezionare pensieri e sentimenti come “buono e cattivo”, “giusto e sbagliato”, “peccaminoso e puro”. L’idea del peccato è una creazione umana, non divina! È solo un ostacolo, un difetto passeggero. Il significato della parola in latino è esattamente questo: peccatum, da pecco + ātum = inciampare, fare un passo falso; errare; peccare. È un concetto generato dalla colpa e dalle idee divise in coppie contrapposte.

Nel museo, gli esemplari sono tutti statici, senza vita, così come la teoria su di loro. C’è stato un tempo in cui ho cercato di catalogare i miei pensieri, emozioni e azioni. Ho capito che era puro esercizio della mente. Parola morta.

Per questo spesso inizio la giornata facendo immersioni per conoscerli da vicino, per vedere i loro movimenti, la loro vita quotidiana. Niente è buono come l’osservazione senza analisi, colpa, paura o qualsiasi altro criterio che non sia la pura osservazione. Dopo tutto, come dice Krishnamurti, “La più alta forma di intelligenza umana è la capacità di osservare senza giudicare. (…) Il vero pensiero e il sentimento si trovano al di sopra e al di là degli opposti, mentre il pensiero corretto o condizionato ne è oppresso”.

Mi preparo con cura, pensando alla sicurezza, ma anche al modo migliore per osservare la vita usando bene il tempo in base all’esatta quantità di ossigeno che porto. Tutto ciò che esiste nel mio piccolo mondo riflette la vita in esso. Ma devo riconoscere i miei limiti per poter agire secondo il mio passo.

Nella silenziosa solitudine dell’osservatorio, il tempo può essere una prigione o aprire nuove dimensioni. Posso passare ore a fare immersioni o ad ammirare la natura dall’alto. Ma posso anche perdermi nelle minuzie leggendo i cataloghi del museo. Ho capito che è inutile cercare di imparare solo dai libri e cercare di controllare il silenzio per ottenere una migliore osservazione di sé: il silenzio viene naturale, scorre senza pensiero.

Dobbiamo stare attenti alla routine: si ripete e ci fa ripetere le nostre reazioni. Quando non ce ne accorgiamo, diventiamo prigionieri della bellezza del cielo e del mare, del sole e della luna, degli esseri marini e dei gabbiani. Dimentichiamo che siamo lì per osservare. Può anche capitare che un osservatore si lasci intrappolare dalla mole di conoscenza del museo e passi quasi tutto il suo tempo al suo interno, senza vedere né cielo né mare, sole o luna. Altri, affascinati dall’esercizio dell’immersione, restano quasi senza aria alla ricerca degli esseri degli abissi, dei loro colori e delle loro forme, della loro bellezza o mostruosità. Sono tante le distrazioni che il mondo ci offre! Lasciar fluire non significa essere condiscendenti o essere distratti. È essere attenti.

Ogni osservatore ha il proprio stile, le proprie storie, i propri obiettivi personali. Ma l’osservazione è semplicemente quello che è – senza parole o concetti. È un passo sulla via del riconoscimento e del salvataggio. Osservare è essere presenti nel qui e ora. Come gruppo, osserviamo più dettagli, con più chiarezza d’animo.

Ma “riconoscimento” e “salvataggio” hanno significati diversi per ciascuno. Le parole non descrivono bene la nostra missione.

È così che ho iniziato a “immergermi nell’osservazione”. In questa immersione tutto è nuovo! Niente dipende dall’opinione, dalla critica, dalla paura o dal senso di colpa. L’obiettivo è riconoscere e salvare. Riconoscere ogni giorno come un’opportunità. Per salvare le nostre forze in modo da poter agire al momento giusto.

Molte volte il riconoscimento inizia dal ricordo di una conoscenza precedente, vista nel catalogo del museo. In questo caso, osservo un’anguilla e penso: questa è un’anguilla. Ma so cos’è un’anguilla oltre il catalogo del museo? Poi mi “tuffo nell’osservazione” e mi identifico con quell’essere, con i suoi movimenti, con la sua tana, con i suoi interessi, le sue intenzioni. Non gli do più un nome. Mi limito a osservare. Non provo fascino né repulsione. Osservo la vita che si muove qui e ora. La memoria del pensiero non è la stessa della reminiscenza spontanea: scorre creando momenti di estrema lucidità.

Quando sono in missione di soccorso, sono munito di strumenti a seconda di quello che devo fare: prendermi cura e soccorrere. Gli altri, gli esemplari sani, li lascio andare per la loro strada, finché la vita non indica la loro destinazione. I predatori non mi attraggono: non rappresentano nulla per la mia missione. Pensare-sentire-agire possono essere azioni malate, ma può anche essere una dinamica dimenticata, concatenata, armoniosa: in questo caso, questo movimento ha bisogno di essere salvato.

Ho imparato dalle mie osservazioni che prendersi cura di un essere non è imprigionarlo in un acquario: è aprirgli possibilità di guarigione con le proprie forze. Non appena il processo è finito, lui stesso si sente pronto a riconquistare la sua libertà nel mare infinito: questo è il salvataggio! Vederlo guarito, libero e felice, che gioia, che leggerezza sento nel mio cuore! La conoscenza di sé che deriva dall’osservazione attenta e leggera può essere uno strumento di guarigione e un oggetto di grande appagamento.

Così, quando la giornata è finita, posso assaporare i piaceri della natura dall’alto dell’osservatorio. Lassù, ho installato la luce di un antico faro, che illumina le acque fino alla linea dell’orizzonte, per me e per gli altri navigatori di passaggio. Quando l’osservazione è illuminata dalla forza del cuore che anela ad altre dimensioni di coscienza, ogni sforzo è concentrato affinché questa luce radiosa si riversi in tutte le direzioni per tutta l’umanità. Questa è la missione: Operazione Salvataggio.

Ed è da questo luogo, immerso nelle mie osservazioni, che percepisco in me esseri-pensiero, esseri-emozioni ed esseri reattivi. Li osservo in ogni momento. Senza paura, senza critiche, senza autolesionismo, senza colpa. Con affetto, li riconosco uno per uno. Alcuni li lascio seguire il loro percorso finché non so a cosa servono. Altri, smetto di nutrirli, in modo che la loro natura divina possa dissolverli. Coloro che sono più sensibili, li riunisco gradualmente per prendermi cura della loro salute spirituale, in dosi omeopatiche, ogni giorno.

È così che, alla luce del faro, si preparano per il salvataggio verso il Grande Mare della Vera Vita.

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Data: Gennaio 21, 2021
Autore / Autrice : Grupo de autores Logon

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