Chi o cosa determina il destino di una persona? Perché alcuni hanno un destino favorevole mentre altri ne vivono uno tragico? Esiste la giustizia?
Per una vita che dura solo pochi decenni, ci si può aspettare una ricompensa eterna o temere la dannazione eterna?
I concetti di karma e samsara, così come l’idea della reincarnazione, sono generalmente associati alla cultura orientale. Tuttavia, la fede nella reincarnazione e nella legge del karma che la governa era presente anche nel mondo occidentale. Ciò è confermato anche nei Vangeli, come dimostrano non solo i Vangeli apocrifi, ma anche alcuni passaggi dei Vangeli canonici, dai quali i riferimenti alla reincarnazione furono in un certo momento eliminati. Ad esempio, nel Vangelo di Giovanni (9:1–3), riguardo all’uomo cieco dalla nascita, i discepoli chiedono a Gesù chi fosse responsabile di questa sventura: l’uomo stesso o i suoi genitori. Il modo stesso in cui è formulata la domanda indica che si presumeva chiaramente l’esistenza di una vita precedente all’incarnazione attuale. Nei Vangeli vi sono altri esempi simili.
La parola sanscrita karma ha due significati: «azione» e «destino». In questo duplice significato si cela un suggerimento che indica un legame tra lo stile di vita di una persona e il suo destino. In altre parole, attraverso le proprie azioni, una persona crea il proprio destino. Questa verità è così profondamente radicata nella coscienza umana che è stata tramandata in proverbi come: “Chi semina vento, raccoglie tempesta” o “Ogni uomo è artefice della propria fortuna”. Nella Bibbia (Osea 8:7) leggiamo: “Poiché seminano vento, raccoglieranno tempesta”.
Eppure non tutti ricordano questa verità, né tutti ne traggono delle conclusioni. Una di queste potrebbe essere la consapevolezza che la nostra vita attuale è solo «un fotogramma di un lungo film». Questo aiuta a spiegare perché a volte le disgrazie compaiono in una fase precoce della vita, nonostante la mancanza di qualsiasi giustificazione razionale.
Perché una persona agisce in un certo modo in un determinato momento piuttosto che in un altro?
Possiamo spiegarlo, ad esempio, con il carattere o i geni di una persona, così come con l’ambiente in cui è cresciuta. Ma il carattere o l’ambiente in cui una persona nasce – plasmato dalla nascita, dall’educazione e dalla formazione – possono davvero essere frutto del caso? Alcuni potrebbero pensarlo. Altri lo spiegano come la decisione incomprensibile di un potere superiore che, tuttavia, è difficile da conciliare con la giustizia che ci si aspetta da un tale potere. Altri ancora cercano cause più profonde e accettano l’insegnamento del karma. Va aggiunto subito che riconoscere l’operato della legge del karma – cioè la legge di causa ed effetto – richiede anche l’accettazione della reincarnazione.
Quando parliamo di «karma», intendiamo una sorta di registro inciso sul «firmamento» del microcosmo [1] in cui attualmente dimoriamo come personalità terrene. Questo registro riguarda le nostre azioni, così come la condotta degli esseri che erano presenti in questo microcosmo prima di noi. Nel linguaggio comune, e in senso molto semplificato, diciamo di questi esseri che sono «le nostre incarnazioni precedenti». Tuttavia, questo modo abbreviato di esprimersi deve essere compreso correttamente. Noi, in quanto personalità terrene e mortali, siamo solo abitanti temporanei del microcosmo, proprio come i nostri predecessori ne erano a loro volta abitanti temporanei. L’unica entità eterna è il microcosmo stesso, il quale – a causa di un evento drammatico chiamato “Caduta” – non esiste più nel regno eterno, ma nel mondo del tempo e dello spazio.
Il fatto che, in quanto personalità terrene, entriamo in relazione con un particolare microcosmo non è frutto del caso. La personalità terrena – ovvero l’«io» inferiore – sorge all’interno del campo del microcosmo, nel suo «campo di manifestazione» o «campo di respirazione», circondata dall’essere aurale, l’«io» superiore che è il portatore del karma. Questa personalità non solo nasce sotto l’influenza dell’essere aurale, ma è in larga misura una sua creazione. Attraverso il registro karmico, di cui l’essere aurale è il portatore, esiste un legame essenziale tra noi e i nostri predecessori microcosmici.
Si può dire che attraverso le loro azioni – registrate nel microcosmo come karma – essi hanno, in misura significativa, contribuito al nostro attuale percorso di vita, ai nostri alti e bassi. Allo stesso modo, bisogna dire di noi stessi che se non ci liberiamo dalla ruota della vita e della morte, la nostra condotta – anch’essa registrata nell’essere aurale – influenzerà il destino della prossima personalità nel “nostro” microcosmo.
Fortunatamente, non deve necessariamente essere così.
La grande e gioiosa alternativa al rimanere intrappolati nel ciclo della vita e della morte è la liberazione. La presenza della personalità terrena (cioè noi stessi) all’interno di un dato microcosmo è guidata da uno scopo estremamente importante e chiaramente definito. Tale scopo consiste nel cooperare al processo di rigenerazione di questo microcosmo, nel sollevarlo dallo stato della Caduta – ovvero, nel contribuire alla sua liberazione.
Se, come personalità terrene, riconosciamo la necessità di questo compito e ci dedichiamo al suo compimento, aprendoci alle Forze che ne rendono possibile la realizzazione, allora il microcosmo, di conseguenza rigenerato, potrà tornare alla sua patria originaria.
Azione e dovere nella Bhagavad Gita
Nella Bhagavad Gita si trova una splendida esposizione del funzionamento della legge karmica, dove si fa riferimento ai «misteriosi sentieri del karma». In questo poema, accanto al termine karma, che significa azione giusta, compaiono anche i concetti di vi-karma – azione sbagliata – e a-karma – inazione.
È necessario comprendere le complessità dell’azione (corretta),
la natura dell’azione sbagliata
e la natura dell’inazione.
Il sentiero del karma è profondo e non facilmente comprensibile.
(Bhagavad Gita, IV.17)
Il “karma”, ovvero l’azione corretta, è inteso anche come dovere. Ogni persona nella vita si trova di fronte al compimento di un’azione, di un dovere, che, come sappiamo, non è una questione di caso.
L’azione corretta nell’antica India
Nell’antica India, questa «azione corretta» era sempre definita in relazione alla posizione sociale di una persona. Come è noto, la società indiana antica era suddivisa in quattro classi, i cosiddetti varna. La più alta era quella dei bramini, la seconda quella dei guerrieri, la terza quella dei contadini, dei mercanti e degli artigiani, e la più bassa quella dei servi.
L’assegnazione dei doveri in base all’appartenenza a un determinato varna era ulteriormente intrecciata con i doveri derivanti dalla particolare fase della vita che una persona stava vivendo. In altre parole, i doveri di un giovane erano diversi da quelli del capofamiglia e diversi da quelli di un anziano.
È importante sottolineare, come fortemente enfatizzato nella tradizione indiana, che l’appartenenza, ad esempio, al varna dei bramini o a quello dei guerrieri era determinata dalla nascita all’interno di quel varna. E cosa determinava la nascita in un determinato varna? La risposta è: il karma. Cioè, il destino plasmato dalle incarnazioni precedenti, che rifletteva la qualità della condotta passata di una persona.
In India, il dovere di un bramino è definito in modo splendido: consiste nella conoscenza e nel sacrificio. Talvolta ciò viene interpretato in modo superficiale: la conoscenza viene vista semplicemente come sapere acquisito, intellettuale, e il sacrificio come un atto esteriore. Tuttavia, un bramino è una persona “due volte nata”, nel senso di “rinata” o “rigenerata”, che possiede una vera conoscenza interiore, la cui stessa vita altruistica costituisce un sacrificio per l’elemento spirituale nel proprio cuore, l’atman.
Esistono molte belle storie che descrivono i bramini. Tra le loro qualità vi era, ad esempio, la capacità di fornire un’assistenza efficace alla comunità in cui vivevano. Erano considerati, in un certo senso, dei guaritori, capaci, attraverso la propria purezza, di neutralizzare il male che minacciava la comunità e la natura. “Una terra fortunata in cui si stabiliscono i bramini”, diceva la gente, “non è colpita né da disastri naturali né da guerre”.
D’altra parte, un paese da cui i bramini se ne vanno va incontro alla rovina. Ma perché i bramini lasciano una data terra? Semplicemente perché i suoi abitanti li respingono con il loro comportamento.
E se un bramino non soddisfacesse determinati criteri? Ci sono molti esempi del genere, sia nei testi che nella vita reale… In questi casi, significa che non è veramente un bramino, ma un membro di una varna inferiore, a volte persino la più bassa, e le affermazioni sulla sua nascita in una famiglia di bramini sono false.
Un esempio incoraggiante della situazione opposta – quando una persona di origini sconosciute dimostra con la propria condotta di essere un bramino – è la storia di un ragazzo di nome Satyakama, che significa “Amante della Verità”. Quando il suo maestro gli chiese della sua discendenza, egli rispose sinceramente di non saperne nulla. «Allora tuo padre doveva essere un bramino puro, poiché solo il figlio di un bramino può essere così onesto», rispose il maestro. Pertanto, l’appartenenza a un particolare varna era determinata dalla condotta di una persona, dalla sua qualità espressa nelle azioni – cioè dal suo karma.
Karma, A-karma e Vi-karma
Il termine karma, che significa «azione», è collegato nei testi sanscriti al verbo kṛ, che significa «fare» o «compiere». Da qui deriva la frase: “esegui l’azione” (kuru karma), ovvero, semplicemente: agisci. Tuttavia, a causa dei molteplici livelli di significato del karma, esso significa anche: “adempi al tuo destino (supremo)” – raggiungi la liberazione, “adempi alla tua vocazione di essere umano”. In altre parole: vivi in modo tale da liberarti dai legami del karma.
Tale azione pura è indicata anche nella Bhagavad Gita come a-karma – inazione. Sarebbe un grave errore comprendere l’inazione in modo superficiale.
Colui che percepisce l’inazione nell’azione,
e l’azione nell’inazione,
è veramente saggio tra gli uomini,
e rimane in uno stato trascendentale,
anche mentre compie ogni sorta di attività.
(Bhagavad Gita, IV.18)
L’A-karma è inazione nel senso di libertà dal karma, ovvero libertà dai legami karmici. Significa grande attività, intenso sforzo, ma in un modo che non crea attaccamenti karmici –senza lasciare traccia. Questo è uno dei grandi misteri del sentiero verso la liberazione: l’azione disinteressata, libera dal desiderio di risultati positivi e dalla paura delle conseguenze negative.
L’«ego» (io) non è capace di tale azione; essa è contraria alla sua natura. Qualsiasi tentativo di raggiungere questo stato attraverso l’ego di questa natura è destinato a fallire. Solo una persona il cui ego è stato detronizzato e ha ceduto il passo alla coscienza della nuova anima è capace di un’azione che è inazione. Tale azione caratterizza Krishna, che si presenta nella Bhagavad Gita (X.20) come l’atman presente nel cuore di ogni essere umano. L’atman, la scintilla di Spirito – la “rosa del cuore” rosacrociana – dice:
L’azione non lascia traccia su di me;
non desidero i suoi frutti.
(Bhagavad Gita, IV.14, estratti)
Se si agisce con l’intenzione di ottenere un effetto desiderato e ci si aspetta i frutti della propria azione, li si riceve sotto forma di schiavitù. Questo tipo di azione è chiamata vi-karma, cioè azione impropria o sbagliata.
Dharma
Nel contesto del karma, sia la Bhagavad Gita che altri testi sanscriti utilizzano il termine dharma. La parola compare, ad esempio, in espressioni che descrivono i doveri assegnati a ciascun varna nelle diverse fasi della vita. Appare anche in combinazione con la parola “scienza” (śāstra), dove indica una raccolta di testi che definiscono leggi e costumi eterni.
Il dharma è fondamentale per il mondo spirituale dell’antica India, sebbene sia difficile coglierne il significato in una sola parola. Deriva dal verbo dhṛ, che significa “tenere” o “sostenere”. Il dharma è legge e norma morale – non imposta dalla legislazione umana, ma in accordo con il funzionamento del cosmo: la legge incrollabile che mantiene l’ordine della natura, l’ordine della società, l’ordine dell’individuo. Si potrebbe dire che il dharma di un bramino è la conoscenza e il sacrificio, mentre il dharma di un guerriero è combattere il nemico.
La casta dei guerrieri
La lotta contro il nemico viene generalmente intesa in senso letterale. La casta dei guerrieri è composta da re e cavalieri, il cui elemento è la guerra. Tuttavia, nella Bhagavad Gita, questa battaglia viene elevata a un altro livello: quello dell’essere umano.
Coloro che appartengono alla casta dei guerrieri e vi sono nati, vi sono condotti dalla forza del loro karma e si trovano in una fase particolare della vita. Si sono già lasciati alle spalle il gruppo di persone che dedicano tutti i loro sforzi alle preoccupazioni materiali e alla costruzione delle fondamenta economiche della comunità. I guerrieri hanno una vocazione diversa. Sono guerrieri sul sentiero della vita, che è allo stesso tempo il sentiero della liberazione. Combattono contro il nemico interiore: la loro vecchia natura terrena, egocentrica, piena di orgoglio e rabbia.
E cosa succede quando il guerriero vince questa battaglia?
Diventa un re senza nemici.
Cioè, colui che ha già adempiuto al proprio dovere cavalleresco, al proprio karma.
Colui che ha vinto il male che è in lui.
Ha così raggiunto le qualità di un bramino.
Ha raggiunto la liberazione.
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[1] Microcosmo – L’uomo come minutus mundus, sistema vitale molto complesso a forma di sfera in cui si possono distinguere – dall’interno verso l’esterno – la personalità, il campo di manifestazione, l’essere aurale e un campo magnetico spirituale settemplice. Il vero uomo è un microcosmo. Ciò che in questo mondo s’intende per uomo non è, in realtà, altro che la personalità gravemente mutilata di un microcosmo degenerato. La nostra coscienza attuale è la coscienza della personalità; che è, di conseguenza, cosciente solo del campo di esistenza al quale appartiene.
(Jan van Rijckenborgh, Il Nuovo Tipo Umano, Glossario)
