L’architettura dell’essere – Il Tempio di Salomone

L’architettura dell’essere – Il Tempio di Salomone

Il Tempio di Salomone è una delle strutture più misteriose e importanti menzionate nei testi sacri, e riveste un ruolo centrale nelle tradizioni ebraica, cristiana ed esoterica.

L’architettura dell’essere – Il Tempio di Salomone

Il Tempio di Salomone è una delle strutture più misteriose e importanti menzionate nei testi sacri, e riveste un ruolo centrale nella tradizione ebraica e cristiana, nonché in molte scuole esoteriche. Fu costruito nel X secolo a.C. a Gerusalemme dal re Salomone e il suo scopo era quello di ospitare l’Arca dell’Alleanza, diventando così il centro di culto per gli ebrei, fino alla sua distruzione. Secondo la Bibbia, il Tempio fu costruito sul Monte Moriah, nel luogo dove, secondo la tradizione, Abramo portò suo figlio Isacco per offrirlo in sacrificio.

Il Tempio di Salomone è più di un edificio storico; può essere inteso come un archetipo o una mappa dell’uomo, sia fisicamente che sottilmente, avvolto in un simbolismo magico. Può essere visto sia come una forma architettonica esterna, sia come dotato di una dimensione interiore, riflessa dal significato esoterico degli elementi mistici che contiene. I principali elementi architettonici del tempio sono: Ulam (Pronaos) – l’ingresso monumentale con colonne di bronzo chiamate Boaz e Jachin; l‘Heichal (navata centrale) – il luogo dove venivano celebrati i rituali e dove erano conservati gli oggetti sacri, come la menorah (candelabro a sette bracci), la tavola dei pani dell’offerta e l’altare dell’incenso. Il terzo elemento è il Debir (Santo dei Santi), la stanza più sacra, dove era conservata l’Arca dell’Alleanza, sorvegliata da due cherubini d’oro.

La “Tavola del Pane della Presenza” (o “Tavola dei Pane dell’Offerta”) è un elemento sacro di grande importanza nel Tempio di Salomone (e in precedenza nella Tenda del Convegno), con un profondo simbolismo nella tradizione ebraica e possibili echi di altre tradizioni esoteriche. Situata nel “Luogo Santo”, la prima sala del Tempio, la tavola era realizzata in legno di acacia e ricoperta d’oro, e su di essa erano collocati 12 pani, disposti in due gruppi di sei, che venivano cambiati ogni settimana durante il Sabbath (Levitico 24:5-9).

Nella tradizione ebraica, simboleggia le 12 tribù di Israele, ma da una prospettiva profondamente esoterica, il “pane della presenza” è il simbolo della presenza continua (lechem panim) del popolo davanti a Dio, di una comunione ininterrotta, nonché di nutrimento spirituale, una grazia divina concessa da Dio al Suo popolo.

Nelle tradizioni mistiche come la Kabbalah, e persino nel simbolismo rosacrociano ed ermetico, la tavola è vista come un altare della coscienza, il luogo in cui vengono offerti i frutti dello sforzo spirituale. I 12 pani possono anche rappresentare i 12 segni dello zodiaco, o i 12 archetipi o canali attraverso i quali l’energia divina si manifesta all’interno della creazione. L’oro della tavola simboleggia la natura solare, nobile e purificata dell’uomo illuminato. Nella tradizione cristiana sono talvolta visti come una prefigurazione dell’Eucaristia, la presenza reale di Cristo, il “Pane della Vita”. Si può quindi dire che la tavola diventa un simbolo di comunione tra l’uomo e Dio, ma anche del dono continuo della grazia divina come vero nutrimento.

Anche l’«altare dell’incenso» era situato nel «luogo santo», molto vicino al velo che lo separava dal Santo dei Santi. Era anch’esso realizzato in legno di acacia ricoperto d’oro e veniva utilizzato esclusivamente per bruciare l’incenso sacro. L’offerta avveniva al mattino e alla sera, insieme alla pulizia e all’accensione del candelabro (Menorah). Simboleggiava la purificazione e la santificazione dello spazio davanti al Santo dei Santi, affinché la preghiera potesse poi elevarsi come il fumo dell’incenso davanti al Signore. Questo altare rappresenta la mediazione, il sottile legame tra il mondo e il divino, essendo posto davanti al Santo dei Santi, il luogo della presenza di Dio (Shekinah).

L’Arca dell’Alleanza è collocata nel Santo dei Santi e rappresenta il “cuore”, ovvero il “luogo della presenza divina”, proprio come nell’uomo il cuore è il centro vitale e spirituale. Poiché il cuore di una cosa è una metafora della sua essenza, così l’Arca dell’Alleanza è considerata la quintessenza, il “codice della vita” nell’essere umano. Le colonne Jachin e Boaz segnano l’ingresso al tempio, un’immagine di dualità (maschile-femminile, attivo-passivo, ragione-intuizione). Negli esseri umani, possono essere intese come polarità che, quando armonizzate, danno stabilità al “tempio del corpo”.

Pertanto, in senso esoterico unificante, il Tempio di Salomone diventa un’allegoria dell’Uomo Completo. Fisicamente, perché il corpo stesso è il “Tempio dello Spirito Santo” (come dice l’apostolo Paolo), e sottilmente perché la sua struttura riproduce i livelli di coscienza e l’accesso graduale al centro divino. In questo senso, entrare nel Tempio, passare dal cortile esterno al Santo dei Santi, equivale a un viaggio iniziatico dentro se stessi; il percorso verso la natura interiore, dal profano al sacro, dal frammentato al tutto. Si considerano tre fasi principali: l’ingresso nel Cortile come esperienza esterna e profana; l’ingresso nel Luogo Santo come inizio di una vita interiore, la disciplina della mente e del cuore; e infine l’accesso al Santo dei Santi, che rappresenta il desiderio di unione con il centro dell’essere, l’incontro con il Divino. D’altra parte, la distruzione e la ricostruzione del Tempio esprimono il dramma dell’essere umano che ha perso la sua unità originaria (la “Parola” perduta) e aspira a riconquistarla attraverso la purificazione e l’iniziazione.

Due misteri del Tempio di Salomone meritano di essere menzionati per il loro significato simbolico. Il primo è l’arca, interpretata come il cuore vivente e l’essenza nascosta del tempio, mentre il secondo si riferisce alla distruzione del tempio e al desiderio incessante di ricostruirlo, immagine dell’aspirazione umana a riscoprire la “Parola perduta”. Entrambi rimandano all’architettura interiore dell’essere come emanazione della coscienza divina e al ritorno dell’uomo alla sua origine divina.

L’Arca dell’Alleanza – il Sacro Cuore del Tempio di Salomone

Dal punto di vista esoterico, l’arca conteneva la saggezza divina, la conoscenza suprema (le Tavole della Legge). I due Cherubini rappresentano le forze duali della creazione e dell’equilibrio cosmico. L’oro e l’acacia rappresentano la materia (il legno) e lo spirito divino (l’oro), l’unione dell’umano con il divino. E l’Arca stessa può essere considerata il tempio interiore, il cuore dell’iniziato, che deve essere purificato per ricevere la rivelazione divina.

Come si può vedere, l’Arca dell’Alleanza è più di un semplice manufatto biblico: rappresenta il legame tra l’uomo e la divinità, simboleggiando il sacro vincolo tra Dio e il suo popolo. La misteriosa scomparsa dell’arca è ricca di significato e ha tormentato le menti e i cuori delle persone per secoli.

Secondo la Bibbia (Esodo 25:10-22), l’Arca aveva un coperchio chiamato “propiziatorio” (Kapporet) realizzato in oro puro e decorato con due cherubini che simboleggiavano la presenza divina. Veniva trasportata dai leviti con l’aiuto di aste dorate, poiché era vietato il contatto diretto con l’Arca. L’Arca conteneva le due Tavole della Legge, con i Dieci Comandamenti incisi da Dio. Il bastone di Aronne è un simbolo dell’autorità divina. L’Arca è un recipiente per la “manna”, il cibo miracoloso ricevuto dagli ebrei nel deserto. Considerata la presenza stessa di Dio, l’Arca guidò il popolo ebraico attraverso il deserto e aprì le sue vie. Secondo il racconto biblico, divise le acque del Giordano, permettendo agli ebrei di entrare nella Terra Promessa. Abbatté le mura di Gerico. Emanava una forza divina che bruciava o uccideva coloro che non erano degni di toccarla (ad esempio, la morte di Uzzah in Samuele 6:7).

Il Propiziatorio, l’elemento più sacro, è letteralmente il “trono invisibile di Dio” sulla Terra, da cui emergevano due cherubini d’oro, con le ali ripiegate verso l’interno, che si guardavano l’un l’altro o erano rivolti verso il coperchio (varia a seconda dell’interpretazione). Come sappiamo, l’arca si trova nel Santo dei Santi, lo spazio più sacro del Tempio, dove anche il sommo sacerdote entrava solo una volta all’anno, durante lo Yom Kippur. In Esodo 25:22, Dio dice: “Lì ti incontrerò e ti parlerò… tra i due cherubini sull’Arca dell’Alleanza”.

Questo luogo di presenza divina (Shekinah) è, nella tradizione ebraica e cabalistica, la manifestazione dell’immanenza di Dio nel mondo, specialmente nel Tempio e nell’anima dei giusti, rispettivamente Malkuth (Il Regno). Nel cristianesimo, gli equivalenti sono lo Spirito Santo (la presenza attiva di Dio) e, simbolicamente, Maria (il ricettacolo della divinità). Cristo come Logos incarnato è un altro livello di parallelismo: proprio come la Shekinah è la presenza vivente di Dio nel Tempio, Cristo è la presenza di Dio incarnato nell’uomo.

Tra i due cherubini c’era lo spazio in cui Dio comunicava con Mosè, fungendo da canale tra il cielo e la terra. «E la gloria del Signore (kavod Adonai) riempì la tenda» — Esodo 40:34. Nell’Antico Testamento, kavod Adonai si riferisce alla manifestazione visibile della presenza di Dio, alla luce radiosa, all’energia sacra che riempie il Tempio o accompagna il popolo d’Israele.

Nella tradizione mistica è equivalente al cuore sacro dell’uomo, il centro dove si rivela la luce interiore. Questo spazio sacro è anche il simbolo del silenzio assoluto, al di là delle forme, dove l’uomo non chiede più, non interroga più, ma semplicemente “è” alla presenza della perfezione. Nella meditazione profonda, corrisponderebbe al momento del completo svuotamento, al di là dei pensieri, dove appare la Rivelazione.

Nel cristianesimo, Kapporet è inteso come il trono della misericordia di Dio che si compie in Cristo. L’apostolo Paolo usa il termine greco hilastērion (lo stesso usato per Kapporet nella Septuaginta) e lo applica a Gesù: «Dio lo ha presentato come sacrificio espiatorio nel suo sangue mediante la fede» (Romani 3:25).

I Rosacroce intendono il Kapporet come il tempio interiore (Jan van Rijckenborgh – Il Nuovo Tipo Umano), dove la nuova anima si unisce alla scintilla divina, immagine archetipica dell’asse del mondo (axis mundi), dove il Cielo e la Terra si incontrano. È il luogo dove l’atomo scintilla di spirito, dove la rosa del cuore sboccia, è il luogo della sacra promessa fatta all’uomo.

Il Tempio di Salomone è il luogo sacro dell’incontro, dove il potere nascosto della conoscenza e il mistero dell’iniziazione si dispiegano in segreto, dove la volontà umana si trasforma in “Sia fatta la tua volontà, Signore”, e così l’anima nutrita dalla luce dello spirito si trasforma nel Graal, nel calice in cui lo Spirito Puro può dimorare, può rivelarsi; dove la nuova anima è pura e liberata dalla cecità e dai limiti dialettici dell’ego, conosce se stessa come figlio di Dio, Cristo, uno e lo stesso con il Padre.

Nel Luogo Santo, la stanza dove venivano innalzati la tavola (del pane) della presenza nutriente dello spirito e l’incenso della preghiera, la volontà sconfitta ma anche illuminata dell’uomo preparava la creazione dello spazio sacro della presenza di Dio nel Santo dei Santi, formando una nuova copertura spirituale, capace di sacra accoglienza. Il Luogo Santo, come anticamera della presenza stabilita del divino, era l’altare della trasformazione, il crogiolo alchemico in cui la combustione dell’Incenso Sacro faceva diminuire l’uomo e crescere lo spazio della presenza divina. Nel cuore dell’essere abbandonato all’oscurità, c’era una porta nascosta attraverso la quale la luce rinchiusa dentro di noi tornava a casa, alla fonte, al “Padre”.

La ripetuta distruzione e ricostruzione del tempio

Sembra essere parte del destino dell’umanità che questo legame si perda e che la presenza divina non possa più essere riconosciuta. Forse tutto questo movimento ellittico attorno al sole spirituale, attorno all’essenza dell’essere, dal punto più luminoso e chiaro all’oscurità più densa, è naturale e fa parte della natura stessa dell’essere sacro; la sua luce riverbera anche nell’oscurità più profonda, dimostrando così la sua supremazia, la sua esistenza assoluta in ogni cosa. Oppure, guardando la cosa da una prospettiva opposta, questo “tutto” non può essere altro che l’essere stesso, se sappiamo come comprendere veramente questa prospettiva.

Adamo cade dall’Eden e il tempio che era stato costruito per ripristinare la sacra comunione viene distrutto, ricostruito e distrutto di nuovo, fino a quando alla fine ci si rende conto che il tempio è contenuto nell’essere umano e lì, e solo lì, l’uomo può costruire un tempio eterno; solo lì sarà ripristinata l’alleanza perduta tra l’uomo e il divino. Lì, l’uomo si libererà (in senso figurato) del suo mantello corporeo, sacrificandosi per il mondo, e rinascendo nello spirito puro di Dio, sarà nutrito dal pane celeste, profumato con l’incenso della purezza e della pietà, e poi sarà accolto nel Santo dei Santi, dove la luce lo riempirà, rigenerando la creatura, riportandola al suo stato originale all’interno della creazione, dove tutto era solo LUI, Colui che È.

Alcuni gruppi religiosi attendono la ricostruzione del tempio, evento legato all’avvento di un’era messianica. Nei rituali ermetici, la costruzione del tempio è un’allegoria dello sviluppo spirituale dell’iniziato, e Hiram Abiff, l’architetto di questo tempio, è considerato un archetipo dell’eroe della conoscenza esoterica.

Da un punto di vista storico, sappiamo che nel 586 a.C. i Babilonesi guidati da Nabucodonosor II distrussero il Tempio e fecero prigioniera la popolazione ebraica. Nel 516 a.C., sotto la guida di Zorobabele, il Tempio fu ricostruito, ma senza l’Arca dell’Alleanza. Il re Erode il Grande ampliò il tempio, trasformandolo in un imponente monumento. Nel 70 d.C. fu distrutto dai Romani e l’Arca non fu più ritrovata.

Il primo Tempio costruito da Salomone rappresenta la purezza originaria dell’uomo, ma anche il collegamento diretto con il divino. La sua distruzione da parte dei Babilonesi simboleggia la caduta dell’uomo, la perdita della saggezza e la necessità di rigenerazione. La ricostruzione del Tempio sotto Zorobabele significa la possibilità di una rinascita spirituale attraverso uno sforzo consapevole. La distruzione del Secondo Tempio da parte dei Romani è vista come un simbolo delle continue prove che l’umanità deve affrontare. Il Terzo Tempio, che deve essere costruito (secondo le profezie), è visto come una ricostruzione interiore, un tocco di perfezione, ed è anche il tempio del corpo collettivo dell’umanità stessa.

Il materiale di questo tempio mistico era rappresentato dalle anime degli uomini, che sono allo stesso tempo pietre viventi, artigiani e co-creatori del disegno divino. Ma durante la ricostruzione di questo tempio ideale, accadde qualcosa che sconvolse il piano e ne ritardò indefinitamente il compimento. Fu la caduta dell’uomo, la cospirazione degli artigiani. Se ricordate la Genesi, troverete lo stesso argomento raccontato nell’allegoria di Adamo ed Eva.

Proprio come Adamo ed Eva cercarono una conoscenza illecita e caddero dall’Eden, perdendo di vista lo scopo divino, così i cospiratori cercarono di ottenere i segreti del Maestro da Hiram, finendo per rovinarlo. Proprio come il paradiso non sarà riconquistato da loro e dai loro discendenti, così anche la ricostruzione del tempio non sarà completata fino a quando il tempo di Dio e le circostanze che creiamo per noi stessi non ci restituiranno la conoscenza perduta e gli autentici segreti della nostra natura, e la realizzazione del disegno divino dentro di noi. E tutte queste cadute e ascensioni sono scritte nel libro dei libri, sono note, sono movimenti normali nel processo di creazione dell’essere, o più correttamente, di manifestazione dell’unico essere esistente, cioè Dio. Solo dall’interno appaiono piene di dramma e dolore, peccato e morte, sacrificio e vittoria. Ma se ci si allontana dal pensiero e dai paradigmi psicologici e filosofici umani, si può vedere che sono percorsi normali nel processo di rinascita, o più correttamente, di ricerca di sé stessi.

Pertanto, la tragedia di Hiram Abiff è una parabola della perdita cosmica e universale; un’allegoria del fallimento di un piano divino, o una caduta ontologica naturale nel grande disegno della divinità. Egli è il “Maestro Architetto” del Tempio di Salomone, colui che possiede la “Parola del Maestro”, un mistero sacro, un simbolo di Conoscenza e Verità divina. La sua morte porta alla perdita della Parola Sacra, dove la Verità assoluta e la Conoscenza suprema vengono perdute attraverso la corruzione e la caduta dell’uomo. La “Parola” non è una semplice parola, ma il Verbum divino, il Logos, cioè il collegamento diretto dell’uomo con il Sacro.

Dopo la distruzione del Tempio e la perdita della tradizione sacerdotale, il Nome fu nascosto e gli iniziati cercarono di recuperarlo attraverso la purificazione interiore. Nell’ermetismo e nello gnosticismo, la “Parola” è la Luce primordiale che l’uomo cerca dopo l’“oblio” causato dalla caduta nella materia. Nel Corpus Hermeticum, il Logos Divino è colui che salva l’anima, e la sua perdita significa lo stato di ignoranza. La tradizione mistica cristiana identifica la “Parola” con Cristo (“In principio era il Verbo…” – Giovanni 1), e la sua perdita è dovuta alla separazione tra l’uomo e il Logos attraverso il peccato. Il recupero avviene attraverso l’Iniziazione a Cristo, cioè la Resurrezione. Il “Verbo perduto” non è solo un simbolo, ma un archetipo universale della condizione umana, la perdita del contatto con il Divino e il desiderio di ripristinarlo. A causa di questo disastro, l’umanità oggi si trova in questo mondo di conoscenza imperfetta, facoltà limitate, felicità incerta, lavoro perpetuo, morte e frequenti amarezze e dolori.

Dopo la distruzione del Tempio e la perdita della tradizione sacerdotale, il Nome fu nascosto e gli iniziati cercarono di recuperarlo attraverso la purificazione interiore. Nell’ermetismo e nello gnosticismo, la “Parola” è la Luce primordiale che l’uomo cerca dopo l’“oblio” causato dalla caduta nella materia. Nel Corpus Hermeticum, il Logos Divino è colui che salva l’anima, e la sua perdita significa lo stato di ignoranza. La tradizione mistica cristiana identifica la “Parola” con Cristo (“In principio era il Verbo…” – Giovanni 1), e la sua perdita è dovuta alla separazione tra l’uomo e il Logos attraverso il peccato. Il recupero avviene attraverso l’Iniziazione a Cristo, cioè la Resurrezione. Il “Verbo perduto” non è solo un simbolo, ma un archetipo universale della condizione umana, la perdita del contatto con il Divino e il desiderio di ripristinarlo. A causa di questo disastro, l’umanità oggi si trova in questo mondo di conoscenza imperfetta, facoltà limitate, felicità incerta, lavoro perpetuo, morte e frequenti amarezze e dolori.

Lo stesso simbolismo si ritrova in Cristo, che muore e rinasce come essere umano. È il Verbo che si immerge nella materia attraverso l’atto della creazione e poi, attraverso l’atto del sacrificio, pone l’umanità sul cammino della croce, il cammino della rosa. Essa rivendica l’anima del mondo alla luce dello spirito, come emanazione del Padre, ribadendo la luce del Logos primordiale all’interno della creatura attraverso lo Spirito Santo, il Consolatore, il testimone dei tempi a venire, il portavoce della verità e la voce nel cuore delle nostre menti. Come Hiram, Gesù fu crocifisso e ucciso dai farisei ecclesiastici che erano maestri della legge, ma la legge era morta e senza spirito, ed egli fu sepolto nel cuore dell’uomo caduto, dove dimorava l’oblio di sé. Come ci dice la Bibbia, il suo corpo senza vita non fu trovato, la tomba era vuota. “Perché cercate il Signore dove non è?”, ci viene detto.

Il Figlio dell’Uomo e il Figlio di Dio sono risorti nel regno del Padre, costruendo nell’anima dell’umanità il cammino del sacrificio, il cammino del ritorno a casa. Su questo cammino l’anima non muore, ma rivive; l’unico che si sacrifica è il sé individuale, l’ego. «Io sono la via, la verità e la vita». E così, Gesù, il grande maestro, scompare, ma rimane vivo, assorbito come verità e vita nell’essenza dell’umanità, dell’essere, nel cuore dell’uomo, ma soprattutto come il sentiero della redenzione attraverso il sacrificio di ciascuno di noi, e non solo attraverso il sacrificio di Gesù per noi. Gesù ha mostrato la via del sacrificio che deve essere seguita; ha sollevato Adamo caduto e ha aperto e facilitato la via all’umanità, ma l’umanità deve compierla da sola.

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Informazioni sull'articolo

Data: Febbraio 21, 2026
Autore / Autrice : Daniela Bhalla (Romania)
Photo: Bilal Izaddin. Pexels

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