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	<title>Tempi moderni &#8211; LOGON</title>
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	<description>An online magazine with articles about spiritual development</description>
	<lastBuildDate>Sat, 13 Jun 2026 16:51:13 +0000</lastBuildDate>
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	<title>Tempi moderni &#8211; LOGON</title>
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	<item>
		<title>Riconoscimento</title>
		<link>https://logon.media/it/logon_article/riconoscimento/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Riccardo]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 13 Jun 2026 16:51:13 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Il riconoscimento non dipendeva da una comprensione completa. Dipendeva dalla risonanza. Alcuni incontri non si presentano come decisivi. Non c’è alcun senso di conversione, nessuna rottura drammatica con il passato, nessun cambiamento esteriore di identità. La vita continua. Le responsabilità rimangono. Eppure qualcosa cambia interiormente, in modo silenzioso, quasi impercettibile, e da quel momento in [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><i>Il riconoscimento non dipendeva da una comprensione completa. Dipendeva dalla risonanza.</i><span id="more-128187"></span></p>
<p>Alcuni incontri non si presentano come decisivi.</p>
<p>Non c’è alcun senso di conversione, nessuna rottura drammatica con il passato, nessun cambiamento esteriore di identità. La vita continua. Le responsabilità rimangono. Eppure qualcosa cambia interiormente, in modo silenzioso, quasi impercettibile, e da quel momento in poi nulla è più del tutto uguale.</p>
<p>L&#8217;ambiente fisico è da tempo passato in secondo piano. Era una stanza normale, spoglia e funzionale. Non era stata creata alcuna atmosfera per ispirare riverenza. Nessun simbolismo richiamava l&#8217;attenzione. Una Bibbia era aperta e le parole venivano lette.</p>
<p>Ciò che rimane vivido non è la stanza, né tantomeno le frasi pronunciate quella sera.</p>
<p>Ciò che rimane è il riconoscimento.</p>
<p>L&#8217;insegnamento non ha cercato di persuadere. Non ha fatto appello all&#8217;identità ereditata né ha preteso fedeltà. Si è svolto in modo misurato e coerente.</p>
<p>E qualcosa dentro di me ha risposto.</p>
<p>Il consenso può essere ragionato fino a esistere e poi ragionato via di nuovo. L&#8217;ammirazione può dipendere dalla personalità o dalla presentazione. Il riconoscimento si muove in modo diverso.</p>
<p>Non sembrava tanto di imbattersi in qualcosa di nuovo, quanto piuttosto di incontrare qualcosa che si intuiva da tempo ma che non era mai stato espresso appieno. La ricerca fino a quel momento era stata sincera. C&#8217;erano stati studio, esplorazione, immersione in idee che promettevano profondità e struttura. C&#8217;era un&#8217;attrazione per modi di vivere ordinati, per la possibilità che la vita potesse essere plasmata dai principi piuttosto che dagli impulsi.</p>
<p>Eppure ogni sistema, per quanto significativo, comportava diversi livelli: storia culturale, forma istituzionale, identità collettiva. Questi sostengono le comunità e preservano la continuità. Interiormente, tuttavia, la domanda si è gradualmente spostata. È diventata meno una questione di appartenenza e più una questione di verità.</p>
<p>Il riconoscimento ha risposto a quel cambiamento.</p>
<p>Non richiedeva un’affiliazione precedente. Non insisteva sull’identificazione prima della comprensione. Si basava sulla coerenza.</p>
<p>C&#8217;era una semplicità in ciò che si incontrava spogliata di ogni eccesso. Nulla si frapponeva tra l&#8217;insegnamento e l&#8217;ascoltatore. Nessuno spettacolo. Nessuna pressione emotiva. Nessuna aspettativa di identificazione di gruppo come condizione di coinvolgimento.</p>
<p>L&#8217;effetto era disarmante.</p>
<p>C&#8217;era pace, la pace dell&#8217;allineamento. C&#8217;era chiarezza, qualcosa che andava al suo posto. C&#8217;era autorità senza dominio.</p>
<p>Mi è sembrato di tornare a casa.</p>
<p>Una casa è più che semplice familiarità; è un luogo in cui ci si trova senza contraddizioni interiori. In quell’incontro, ciò che veniva affrontato era qualcosa di più profondo della biografia o del contesto personale. L’insegnamento non era opprimente né competitivo.</p>
<p>Era in sintonia.</p>
<p>La parola usata per descrivere quel luogo era “scuola”.</p>
<p>Solo più tardi è diventata chiara la profondità di quella parola. Una scuola implica apprendimento, pazienza e disciplina. Presuppone che la comprensione si sviluppi gradualmente e che la crescita richieda una partecipazione costante. Suggerisce che ciò che inizia con il riconoscimento debba continuare con lo sforzo.</p>
<p>Eppure, in quel primo momento, nulla di tutto ciò è stato analizzato.</p>
<p>Il riconoscimento è venuto prima.</p>
<p>Seguì una spiegazione.</p>
<p>Con il passare del tempo, diventa evidente che il riconoscimento è diverso dall’entusiasmo.</p>
<p>L’entusiasmo può nascere dalla novità e svanire quando la novità svanisce. Il riconoscimento dura nel tempo. Resiste alle domande, alla routine, alle delusioni e alla stanchezza. Viene messo alla prova dal tempo e, se è autentico, si approfondisce anziché affievolirsi.</p>
<p>Gli anni portano complessità. La vita raramente si semplifica. Le responsabilità aumentano. Le correnti culturali cambiano. Il dibattito pubblico si fa più acceso. L&#8217;identità diventa centrale in quasi ogni conversazione e le convinzioni sono spesso inquadrate in termini di appartenenza.</p>
<p>In un clima del genere, la chiarezza può essere offuscata.</p>
<p>Il riconoscimento offre un orientamento.</p>
<p>L&#8217;orientamento è la tranquilla consapevolezza della direzione, anche quando il terreno è irregolare. Senza di esso, ogni difficoltà sembra destabilizzante. Con esso, la difficoltà diventa formativa. Le domande continuano, ma non minano più le fondamenta.</p>
<p>Da questa continuità nasce la fiducia.</p>
<p>Abbi fiducia nella coerenza. Abbi fiducia nella corrispondenza. Abbi fiducia nel fatto che il riconoscimento iniziale non fosse una proiezione o uno stato d’animo, ma una risposta.</p>
<p>L’appartenenza, in questo senso, è direzionale. Appartiene a un principio piuttosto che alla personalità. L’appartenenza a un gruppo può offrire rassicurazione; l’appartenenza a un principio richiede un lavoro interiore. Invita alla trasformazione.</p>
<p>Quell’invito non è mai stato imposto.</p>
<p>È scaturito dal riconoscimento.</p>
<p>Con il tempo, ciò che all’inizio appariva semplice ha rivelato profondità. Ciò che sembrava chiaro ha richiesto responsabilità. La comprensione si è dispiegata gradualmente attraverso l’esperienza vissuta piuttosto che attraverso la riflessione astratta.</p>
<p>Il fondamento, tuttavia, è rimasto costante.</p>
<p>Il riconoscimento non dipendeva dalla comprensione completa. Dipendeva dalla risonanza.</p>
<p>Gli impulsi spirituali sorgono in molte forme: attraverso la tradizione, il servizio, la contemplazione o lo studio. Il riconoscimento è personale.</p>
<p>Quando si manifesta, ha una qualità ben precisa. Non si mette in scena. Non si impone. Rimane saldo, naturale, silenziosamente autorevole.</p>
<p>Forse è proprio questo che molti cercano oggi. In una cultura satura di messaggi e affermazioni contrastanti, c’è un desiderio di qualcosa che si erga senza ornamenti, qualcosa di abbastanza trasparente da consentire un incontro autentico.</p>
<p>Il riconoscimento non può essere fabbricato.</p>
<p>Non può essere argomentato fino a esistere.</p>
<p>Può solo essere vissuto.</p>
<p>E una volta vissuto, plasma silenziosamente una vita.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>La gioia suprema dell&#8217;Essere</title>
		<link>https://logon.media/it/logon_article/la-gioia-suprema-dellessere/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Riccardo]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 09 Jun 2026 14:18:54 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[I passi misteriosi del Sentiero della Conoscenza Assoluta «Essere o non essere: questo è il dilemma». Il volto riflesso nello specchio è sconcertato. «Chi sono io?» E, tra stupore e scoperta, si rende conto di essere un guscio, una maschera, un personaggio. «Ma è tutto qui ciò che sono?» – si chiede ben presto. All’interno [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><i>I passi misteriosi del Sentiero della Conoscenza Assoluta</i></p>
<p><span id="more-128139"></span></p>
<p>«Essere o non essere: questo è il dilemma».</p>
<p>Il volto riflesso nello specchio è sconcertato. «Chi sono io?» E, tra stupore e scoperta, si rende conto di essere un guscio, una maschera, un personaggio. «Ma è tutto qui ciò che sono?» – si chiede ben presto.</p>
<p>All’interno di quel bozzolo, il bruco addormentato non striscia più ai livelli infimi della sua natura terrena. Ma sogna di essere la farfalla blu che si eleva verso altre dimensioni sconosciute, con eterea ed eterna leggerezza.</p>
<p>All’improvviso, si rende conto di non essere più un bruco, ma di non essere ancora una farfalla. Così, all’interno di quel bozzolo, come un seme, avverte un immenso desiderio di sbocciare, di essere libero, di liberarsi e volare verso un sole sconosciuto.</p>
<p>Ma il sé del bruco continua a contorcersi all’interno. Pensa ai propri obblighi sociali, al proprio istinto di sopravvivenza, al desiderio di danzare e cantare la propria gioia piena di leggerezza terrena. Eppure, nel profondo, la quasi-farfalla è desiderosa di conquistare uno spazio infinito ed eterno.</p>
<p>All’interno del bozzolo ha inizio il conflitto: il sé del bruco sente scorrere nelle sue vene il “sangue” dei suoi genitori, del suo paese, di tutte le sue tradizioni e credenze. La quasi-farfalla prova una profonda nostalgia ─ un desiderio di essere e basta.</p>
<p>Una luce sconosciuta, proveniente dall’Alto, apre una fessura e raggiunge il centro del bozzolo. Il sé-bruco si arrende. Si rende conto di non essere più un bruco.</p>
<p>La farfalla svolazza leggera.</p>
<p>All’alba, si realizza la gioia suprema dell’essere.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Oggi ne ho incontrato una… due… tre</title>
		<link>https://logon.media/it/logon_article/oggi-ne-ho-incontrato-una-due-tre/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Riccardo]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 07 Jun 2026 15:35:41 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Ciò di cui avevo bisogno in quel momento Molti anni fa, mentre passeggiavo lungo la spiaggia, mi sono imbattuto in una ragazza seduta a gambe incrociate sulla sabbia che scriveva su un taccuino che teneva sulle ginocchia. Rifletteva e, a quanto pare, annotava i suoi pensieri. Ci siamo scambiati solo qualche parola di saluto, ma [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><i>Ciò di cui avevo bisogno in quel momento</i></p>
<p><span id="more-128054"></span></p>
<p>Molti anni fa, mentre passeggiavo lungo la spiaggia, mi sono imbattuto in una ragazza seduta a gambe incrociate sulla sabbia che scriveva su un taccuino che teneva sulle ginocchia. Rifletteva e, a quanto pare, annotava i suoi pensieri. Ci siamo scambiati solo qualche parola di saluto, ma ho percepito in lei qualcosa di diverso e ho pensato: «Oggi ne ho incontrata una». Non sapevo esattamente cosa fosse “una di quelle”, ma sentivo che si trattava di qualcosa di speciale, forse nel senso di un’anima. Proseguii per la mia strada.</p>
<p>Oggi ho provato la stessa sensazione nei confronti di un’altra ragazza che era venuta ad aiutarmi con un po’ di lavoro. Una leggerezza, una gioia, un amore genuino e spontaneo per i suoi simili. Una naturalezza. Di nuovo la sensazione di “oggi ne ho incontrata una”.</p>
<p>Ma un attimo: il giorno dopo ho incontrato altre due di queste persone speciali, una era un’amica che conosco da molto tempo, l’altra un ragazzo che portava a spasso il cane in un parco del quartiere. Ho riconosciuto in ciascuno di loro qualcosa di speciale, proprio come nelle persone incontrate in precedenza. Qualcosa di non forzato, non manipolato in alcun modo, semplicemente naturale e reale. Persone calorose, amorevoli, genuine, con una gioia interiore naturale, non influenzate dal tumulto del mondo, come se ne fossero scollegate. Forse nemmeno percepita da loro stesse, ma comunque presente.</p>
<p>Come avevo fatto a non notarli prima? Ho riflettuto sul fatto che, se ho incontrato un piccolo numero di questi esseri, quanti altri potrebbero essercene sulla terra in questo momento. In ogni caso, un’esperienza di infinito, in cui il tempo e la distanza non hanno alcun ruolo, il passato e il futuro non sono rilevanti. Erano semplicemente lì a fare ciò che era necessario in quel momento.</p>
<p>Se ce n&#8217;erano alcuni, ce ne devono essere, ce ne saranno molti di più ora e nei tempi a venire. Forse la loro leggerezza e il loro amore miglioreranno quella stessa esperienza che sta crescendo su questo pianeta proprio ora, negli individui ma anche collettivamente, elevandola a una vibrazione più alta.<br />
Che ci sia gioia!</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Oltre l&#8217;arcobaleno</title>
		<link>https://logon.media/it/logon_article/oltre-larcobaleno/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Riccardo]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 12 May 2026 14:44:18 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Una porta verso la vita Una bambina molto piccola, non ancora in età scolare, non ancora influenzata dalle idee e dai pensieri del mondo, se ne stava da sola all&#8217;aperto sotto un cielo azzurro e rifletteva. Dove erano finite le nuvole di ieri, da dove sarebbero arrivate quelle di domani? Cosa c&#8217;era oltre quella volta [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><em>Una porta verso la vita</em><span id="more-127339"></span></p>
<p>Una bambina molto piccola, non ancora in età scolare, non ancora influenzata dalle idee e dai pensieri del mondo, se ne stava da sola all&#8217;aperto sotto un cielo azzurro e rifletteva. Dove erano finite le nuvole di ieri, da dove sarebbero arrivate quelle di domani? Cosa c&#8217;era oltre quella volta celeste in cui fluttuavano, scomparivano e poi riapparivano in nuove forme e configurazioni?</p>
<p>E una risposta si presentò nelle parole di una canzone, una ninna nanna, che le era rimasta impressa sin da quando l&#8217;aveva sentita in età ancora più precoce.</p>
<p>«Oltre l’arcobaleno, lassù in alto, c’è un posto di cui ho sentito parlare una volta in una ninna nanna… se gli uccelli volano oltre l’arcobaleno, perché allora, oh perché, io non posso?»</p>
<p>Quella domanda l’ha accompagnata per tutta la vita e ora, molti anni dopo, ormai adulta, quelle stesse parole continuano a risuonare, ancora e ancora. La vita ha risposto nel corso degli anni in molti modi diversi, con molte esperienze diverse e direzioni diverse, ma solo una risposta è sempre rimasta vera.</p>
<p>Cerca dentro di te, cerca l’arcobaleno nel tuo cuore.</p>
<p>Quell’esperienza della prima infanzia si è rivelata la porta d’accesso alla vita.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>L&#8217;apertura silenziosa del paradiso interiore</title>
		<link>https://logon.media/it/logon_article/lapertura-silenziosa-del-paradiso-interiore/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Riccardo]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 05 May 2026 18:14:09 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Arriva dolcemente, in silenzio. Se il paradiso interiore si apre — e a volte succede — lo fa in silenzio. Non ci sono trombe, né soglie da varcare. Non risuona alcun segnale. Eppure c’è qualcosa di diverso. Niente di spettacolare, niente di visibile, ma è diverso. Paradossalmente, più cerchiamo di afferrarlo, più ci sfugge. Sembra [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><i>Arriva dolcemente, in silenzio.</i><span id="more-126999"></span></p>
<p>Se il paradiso interiore si apre — e a volte succede — lo fa in silenzio. Non ci sono trombe, né soglie da varcare. Non risuona alcun segnale. Eppure c’è qualcosa di diverso. Niente di spettacolare, niente di visibile, ma è diverso.</p>
<p>Paradossalmente, più cerchiamo di afferrarlo, più ci sfugge. Sembra arrivare da sé, quando lo decide.</p>
<p>La prima cosa che cambia non è il mondo, né tantomeno la nostra esperienza di esso, ma il rapporto con quell’esperienza. L’attenzione allenta la presa. La compulsione a spiegare si affievolisce. C’è una pausa momentanea nello slancio infinito del pensiero. Diventa possibile l’ascolto, un ascolto non mirato ai risultati, ma che aspetta… quasi impotente, eppure vigile.</p>
<p>Spesso, accade indirettamente. Forse nel riposo, o durante qualcosa di molto piccolo: una pausa mentre ci si lava le mani, un’esitazione in una conversazione, uno sguardo fuori dalla finestra. Quando le solite pretese svaniscono e quando non si sta cercando nulla, può apparire qualcos’altro, molto leggero.</p>
<p>Non richiede condizioni particolari. Solo disponibilità. Basta non bloccarlo.</p>
<p>Una poesia a volte può rispecchiare un momento del genere. Non perché lo spieghi. Niente affatto. Ma perché riflette qualcosa di vivo, qualcosa che si muove appena sotto la superficie, non ancora espresso. La poesia giusta non svela il mistero. Si fa da parte affinché il mistero possa essere percepito.</p>
<h3>Il paradiso interiore</h3>
<p>L&#8217;espressione “paradiso interiore” è strana, se ci si riflette. Non indica né verso l&#8217;alto né verso l&#8217;esterno. Indica verso l&#8217;interno, ma non verso un luogo. Suggerisce uno stato, un modo di essere.</p>
<p>Nel linguaggio della Rosacroce, si riferisce al risveglio di un altro tipo di coscienza, una coscienza che non è incentrata sulla personalità o sull&#8217;ego. Una coscienza che non proviene dal sé, ma giunge al suo interno da una fonte completamente diversa.</p>
<p>Quella fonte, talvolta chiamata scintilla di spirito o nucleo divino, non parla attraverso le emozioni. Non nasce dalla memoria. Rimane silenziosa finché non viene ascoltata. E quando viene ascoltata, tutto è diverso, non nell’apparenza, ma nel significato.</p>
<p>Questo nuovo ordine di percezione non è separato dal mondo. Lo illumina. Proprio come la luce non è “vista” di per sé, ma rivela ciò che c’è, questa luce rivela una sorta di verità interiore, presente da sempre.</p>
<p>Alcuni scritti gnostici descrivono questo stato come la luce del Pleroma, la pienezza, mentre l’anima umana ha vagato nell’oblio. Il compito non è quello di risalire. È quello di creare spazio dentro di sé affinché la luce possa essere nuovamente accolta.</p>
<p>Questo spazio si ottiene lasciando andare, una sorta di povertà interiore. Non disperazione, non mancanza, ma l&#8217;allentamento volontario di tutto ciò che ingombra. Pensieri, paure, controllo, interpretazioni. Non perché siano “cattivi”, ma perché sono d&#8217;intralcio.</p>
<p>La via verso l&#8217;interno non è una scala. È uno scioglimento. Non diventiamo più spirituali aggiungendo qualcosa al sé. Qualcos&#8217;altro, qualcosa di più silenzioso, deve venire alla ribalta mentre il sé si fa da parte.</p>
<h3>La condizione della ricettività</h3>
<p>È strano come ci prepariamo a ciò per cui non possiamo essere pronti. Non si può tendere verso la luce senza sminuirla. Eppure, in qualche modo dobbiamo prepararci.</p>
<p>Questa prontezza è come… una maturazione. Qualcosa di spontaneo, senza fretta, invisibile. Finché non lo diventa.</p>
<p>Il paradiso interiore comincia ad aprirsi mentre l&#8217;anima si offre. Non per ideologia, non perché dovrebbe, ma per una consapevolezza, tacita, indimostrabile — che questo è il suo scopo. È stata creata per qualcosa che non può possedere.</p>
<p>E questa consapevolezza… non ha origine nell&#8217;intelletto. Si agita più in profondità, come se stessimo ricordando qualcosa che non ci è mai stato insegnato, ma che è sempre stato lì.</p>
<p>La ricettività, quindi, non è un&#8217;abilità. Non si impara. Ma certe cose possono favorirla: la quiete, lo studio, la compagnia sincera e la solitudine onesta. Eppure nessuna di queste cose garantisce nulla. Creano solo le condizioni in cui il vero lavoro — il mutamento invisibile dell’anima — potrebbe iniziare.</p>
<p>E quando inizia, il paesaggio cambia. Le circostanze possono rimanere immutate. Ma qualcosa cambia nel modo in cui vengono viste, nel modo in cui vengono attraversate. Questo è il miracolo silenzioso.</p>
<h3>Una diversa qualità di luce</h3>
<p>In alcuni scritti dei Rosacroce si dice che il sole interiore sorge nel santuario del cuore. Non si tratta solo di una metafora. Essa indica qualcosa che può essere conosciuto, non a livello concettuale, ma interiormente.</p>
<p>Come il sole fisico trasforma ciò che tocca, così anche questo sole interiore trasforma l&#8217;atmosfera della consapevolezza. La percezione inizia a trasmettere un calore e una chiarezza che prima non c&#8217;erano. Ma è sottile. Se lo insegui, si nasconde.</p>
<p>Questa luce non divide. Non giudica. Non dice: questo è degno, questo non lo è. Non confronta. È vista come un tutto. E vedere il tutto porta pace. Non la pace dell’assenza, ma la pace della presenza.</p>
<p>E questa presenza dà significato attraverso la partecipazione diretta.</p>
<p>Vivere di questa luce significa servirla, anche se non in modo autocosciente. Si insinua nelle cose più piccole. Un gesto. Un silenzio. Una parola detta senza calcolo. Anche il non fare nulla, se quel nulla è vero, può diventare un ricettacolo.</p>
<p>Col tempo, succede qualcosa. L&#8217;anima inizia a misurare la vita in modo diverso. I drammi che un tempo sembravano enormi ora sono semplicemente un tempo che passa. Il dolore non è più il nemico — non perché scompare, ma perché si inserisce in un cielo più ampio. La luce non toglie il dolore. Lo contiene in modo diverso.</p>
<h3>Il velo dell’ordinario</h3>
<p>Ciò che ci nasconde questa luce non è l’oscurità, ma l’ordinario. Non il male, ma la familiarità. Le abitudini. I preconcetti.</p>
<p>Opinioni, distrazioni, urgenze, confronti: nessuna di queste cose è sbagliata. Ma se prese come definitive, rendono l’aria più densa. E alla fine, non riusciamo più a vedere oltre.</p>
<p>Sfondare questo velo non significa abbandonare il mondo. Al contrario. Significa vederlo con occhi più limpidi. Senza i filtri dell’autoriferimento. Senza l’insistenza che esso sia al servizio della nostra storia.</p>
<p>E allora, silenziosamente, il mondo diventa trasparente, non nel senso mistico della scomparsa, ma in un modo più umano. Vedi ciò che c’è, e ciò che c’è dietro. La luce comincia a passare attraverso. E in quell’incontro, il cielo e la terra si baciano. Non come idee. Come presenza.</p>
<p>Il paradiso interiore ci porta al suo interno con un cuore che non si aggrappa più né pretende. Un cuore che può dare, perché ha ricevuto.</p>
<p>Anche le cose più insignificanti, come andare al lavello o piegare un panno, possono diventare il luogo del risveglio. Non perché le drammatizziamo. Ma perché le affrontiamo con chiarezza, senza rumore.</p>
<p>Il sacro, quando arriva, di solito non fa rumore. Non ha bisogno di annunciarsi. Si avvicina dolcemente quando smettiamo di aggrapparci alle cose, quando il rumore interiore si affievolisce.</p>
<p>E allora, qualcosa ha inizio. Non è proprio una novità. Ma è visto con occhi nuovi. Non è un’idea da portare con sé, bensì un modo di camminare, un modo di essere.</p>
<p>Non è una linea di arrivo. È l’inizio di una nuova vita.</p>
<p>In questo spazio, la domanda non è più: cosa devo fare per risvegliarmi? Diventa qualcosa di più silenzioso: come posso rimanere aperto a ciò che sta già risvegliandosi in me?</p>
<p>Non c’è risposta. Solo il cammino. Un passo. Poi un altro. Nel silenzio, nella fedeltà e nell’ascolto che non esige più nulla in cambio.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Semi al sole</title>
		<link>https://logon.media/it/logon_article/semi-al-sole/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Riccardo]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 10 Apr 2026 15:51:43 +0000</pubDate>
				<guid isPermaLink="false">https://logon.media/?post_type=logon_article&#038;p=126607</guid>

					<description><![CDATA[Nessun uomo è un&#8217;isola, isolato in se stesso; ogni essere umano è una parte del continente, una parte del tutto. John Donne (1572-1631) A volte mi sveglio con delle idee in testa. Mi arrivano sotto forma di una parola, di una frase, di un’immagine. Oggi ho visto un campo di grano dorato che danzava al [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<blockquote><p><i>Nessun uomo è un&#8217;isola, isolato in se stesso; ogni essere umano è una parte del continente, una parte del tutto.<br />
</i>John Donne (1572-1631) <i></i></p></blockquote>
<p><span id="more-126607"></span></p>
<p>A volte mi sveglio con delle idee in testa. Mi arrivano sotto forma di una parola, di una frase, di un’immagine. Oggi ho visto un campo di grano dorato che danzava al vento, sotto il sole.</p>
<p>Una scintilla di pensiero-sensazione è sbocciata con la parola “seme”. Ho avuto la sensazione che, per quanto fragili possano essere, poiché ogni seme germoglia alla ricerca della luce del sole, essi moltiplicano le loro forze quando si espongono insieme a quella luce. Visualizzando la danza così armoniosa degli steli di grano, ho sentito che quella moltitudine di semi era consapevole della propria forza.</p>
<p>Mi viene da pensare che il nucleo del nostro essere sopravviva solo quando cerca la propria energia trascendente in modo armonioso, quando entra in connessione con il nucleo dell’essere delle persone che incontriamo nella nostra vita quotidiana. «Namasté!»: così il Dio che è in me saluta il Dio che è in te.</p>
<p>Come disse il poeta metafisico John Donne, «nessun uomo è un&#8217;isola!» Il suo contemporaneo, William Shakespeare (1564-1616), ci mette in discussione quando in <i>Amleto</i> proclama: «Essere o non essere! Questo è il dilemma».</p>
<p>Allora ho capito che siamo autentici quando percepiamo la nostra interazione trascendentale con gli altri esseri. Si tratta di una connessione essenziale: uno scambio che fa crescere la Luce della nostra essenza.</p>
<p>Portando questo sentire-pensare nel qui e ora, in questi tempi di social network e contatti interpersonali leggeri e veloci, immagino che l’autista di Uber, con cui ho un contatto brevissimo, contenga un’essenza che dialoga con la mia. Insieme, siamo semi al Sole. E, al Sole, le nostre essenze – brillanti – crescono, felici, scambiando scintille che ci arricchiscono ad ogni parola o silenzio. In quei momenti, siamo davvero Esseri Umani.</p>
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		<title>Intrappolati nel fast food spirituale</title>
		<link>https://logon.media/it/logon_article/intrappolati-nel-fast-food-spirituale/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Riccardo]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 10 Apr 2026 15:29:29 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[«La parola di Dio è viva ed efficace, più affilata di qualsiasi spada a doppio taglio; penetra fino alla divisione tra anima e spirito, tra giunture e midollo, e giudica i pensieri e le intenzioni del cuore.» Ebrei 4:12 Quando rifletto sul nostro tempo, mi sembra sempre più che il mondo abbia dimenticato che un [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>«La parola di Dio è viva ed efficace, più affilata di qualsiasi spada a doppio taglio; penetra fino alla divisione tra anima e spirito, tra giunture e midollo, e giudica i pensieri e le intenzioni del cuore.» <em>Ebrei 4:12</em></p>
<p><span id="more-126606"></span></p>
<p>Quando rifletto sul nostro tempo, mi sembra sempre più che il mondo abbia dimenticato che un tempo esisteva un confine tra il sacro e l’ordinario. Ora tutto scorre insieme in un unico flusso, trasportando sia l’eterno che il fugace, il sacro e il banale nello stesso feed di informazioni, con un solo clic, con un solo sguardo. Testi antichi compaiono accanto a notizie scandalistiche o aggiornamenti sportivi, e nessuno batte ciglio se una pubblicità di scarpe da ginnastica appare accanto al Vangelo.</p>
<p>E mi rendo conto che quando una persona si ferma solo per un istante, e non di più, quasi non percepisce la differenza – come se tutto fosse diventato ugualmente importante e ugualmente vuoto. Nasce la tentazione – e come potrebbe essere altrimenti? – di alleggerire i testi, di trasformarli in una sorta di “fast food spirituale”, adattato al gusto della percezione moderna.</p>
<p>Invece di fermarci, tacere e ascoltare – invece di entrare in un incontro vivo e riflessivo – di solito continuiamo semplicemente a scorrere, tra pagine cartacee o digitali, senza mai riprendere il nostro respiro vitale.</p>
<p>Attraverso il flusso digitale, gli scritti sacri e filosofici scorrono insieme in un miscuglio confuso – da Platone ai Vangeli, da Jacob Böhme alla <em>Bhagavad Gita</em>. Non molto tempo fa, la disattenzione verso il sacro sembrava un incidente; oggi è quasi diventata uno stato naturale.</p>
<p>La lettura si trasforma sempre più, non in un dialogo con il testo, ma in un segnale per un “mi piace”, un commento o una risposta – affinché l’algoritmo possa annotare: «pensiero visualizzato – raccomandazione confermata». Anche le opere mistiche più profonde – da Meister Eckhart a <em>Le Nozze Alchemiche di Cristiano Rosacroce</em> di Johann Valentin Andreae, dove viene simbolicamente rivelata l’unione dell’anima con il principio superiore – vengono talvolta semplificate al livello di una lettura facile e “digeribile”, perdendo così il delicato filo della trasformazione interiore verso cui conducono.</p>
<p>Così, gradualmente, si forma l’abitudine di vedere la conoscenza spirituale come qualcosa che dovrebbe essere accessibile, breve e senza sforzo. Capisco questo desiderio: non molto tempo fa, viveva anche in me. Ma dietro questa abitudine si nasconde più di un semplice desiderio di facilità: è un sintomo di profondi cambiamenti nella coscienza – quell’immagine interiore del mondo attraverso la quale una persona percepisce la realtà, se stessa e Dio. E questa immagine, ahimè, sembra intrappolata in un circolo vizioso di significati già semplificati, proprio come uno stomaco abituato ai pasti pronti: conta solo il risultato immediato, non il vero impegno della mente, non l’immersione interiore, non il lavoro silenzioso dell’anima che un vero incontro con la Parola vivente richiede.</p>
<p>Da una prospettiva gnostica, ciò è particolarmente evidente. La gnosi non è un’informazione da “scaricare” o da cogliere all’istante. È un risveglio silenzioso, quasi impercettibile, che richiede non tanto uno sforzo quanto fiducia, attenzione e quiete interiore. Si manifesta nel silenzio, nell’ascoltare se stessi, nel prestare attenzione al proprio cuore e ai propri pensieri – non come uno studente che porta a termine un compito, ma come un essere umano che presta ascolto al mistero che sussurra dall’interno.</p>
<p>Come sottolineato da Jan van Rijckenborgh in <em>La Gnosi Universale</em>, la vera comprensione richiede disciplina personale ed esperienza interiore, non il consumo passivo di testi.</p>
<p>Il desiderio di preservare un testo nella sua forma canonica non è un capriccio conservatore. È una delle pratiche spirituali più antiche dell’umanità. Si pensi alla tradizione dei <em>soferim</em> – gli scribi della Torah – che per oltre due millenni hanno copiato il testo sacro con una cura così meticolosa che non andasse persa nemmeno una lettera, nemmeno un segno. Perché? Perché la Parola non è semplicemente un veicolo di significato; è una Presenza vivente. Alterarla significa recidere il legame con la sua Fonte. Pensando a questo, non provo paura dell’errore, ma una venerazione per il modo in cui le lettere rivelano qualcosa di molto più grande di noi stessi.</p>
<p>Non si tratta di letteralismo. Al contrario, la stabilità del testo è una via d’accesso alla sua profondità multidimensionale. La tradizione ebraica insegna il <em>Pardes</em> – quattro livelli di interpretazione delle Scritture: <em>peshat</em> (il senso letterale), <em>remez</em> (il significato allusivo e simbolico), <em>derash</em> (l’interpretazione etica) e <em>sod</em> (il senso segreto e mistico). Ogni livello più profondo emerge non nonostante la forma fissa del testo, ma proprio grazie alla sua fedeltà a se stesso.</p>
<p>Anche gli gnostici riconoscevano questa natura stratificata. Il <em>Vangelo di Filippo</em> afferma: «Il Signore non ha rivelato i misteri a tutti, ma solo a coloro che ne erano degni». Questo non è elitarismo, ma una legge spirituale: non tutti sono preparati, non tutti possono sopportare il silenzio in cui nasce la comprensione.</p>
<p>Oggi, persino la parola «Dio» può diventare un ostacolo. Non appena la sentono, molti si affrettano a chiudere il libro, liquidandola come il linguaggio di un’epoca passata, un linguaggio fatto di paura e potere. Nasce così la tentazione di sostituirla con qualcosa di più contemporaneo: «Energia», «l’Assoluto» o «Coscienza Superiore». Anch’io, un tempo, pensavo che questo avrebbe reso più facile discutere dell’eterno. Ma più a lungo riflettevo su questo, più mi diventava chiaro: l’ostacolo non sono le parole; è la nostra incapacità di percepire la profondità che si cela dietro di esse.</p>
<p><em>Nell’Apocrifo di Giovanni</em> leggiamo: «Egli è incomprensibile, ineffabile e invisibile. Non è un dio come gli dei esistenti intendono il dio, poiché Egli supera Dio e trascende ogni cosa». Qui, la stessa parola “Dio” è già un simbolo – un tentativo di esprimere l’Ineffabile. A volte mi sembra che il problema non risieda nella parola in sé, ma nella nostra capacità perduta di leggere i simboli e percepire la luce nascosta al loro interno.</p>
<p>È fondamentale comprendere che non si tratta di congelare la lingua del passato. Le parole e le forme si evolvono man mano che la lingua di un popolo cambia: senza la traduzione, il greco antico e lo slavo ecclesiastico antico sarebbero oggi in gran parte inaccessibili. Ma esiste una linea sottile tra traduzione e libero adattamento, tra il trasmettere il respiro del testo e il modellarlo sui gusti dell’epoca.</p>
<p>La traduzione getta un ponte che preserva la forza dell’originale. L&#8217;adattamento arbitrario per motivi di convenienza è una sostituzione che ne diluisce l&#8217;essenza stessa. Mi capita di imbattermi in testi di questo tipo: scorrevoli e comprensibili, ma quasi privi di vita.</p>
<p>La forma arcaica di un testo non è un pezzo da museo, ma un filtro vivente. Separa chi cerca una comprensione facile da chi è pronto per un lavoro interiore. È lì dove le parole familiari diventano sconosciute che si apre lo spazio per un&#8217;esperienza autentica – per un incontro con se stessi, per un dialogo silenzioso con il testo.</p>
<p>Nella nostra fretta di “modernizzare” i testi sacri, spesso li priviamo non solo della loro forma, ma anche del loro respiro – e con esso, della loro capacità di risvegliare l’anima. Perché la Parola Vivente non ha bisogno di essere aggiornata. Essa attende solo il momento in cui una persona si fa silenziosa – nella mente, nel cuore e nell’anima – e in quella quiete interiore percepisce la vibrazione di quella sottile corda di respiro vivente, che dissolve gradualmente i confini abituali della percezione e apre il sentiero verso l’unione dell’anima con lo Spirito Divino.</p>
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		<title>Siamo tutti chiusi dentro</title>
		<link>https://logon.media/it/logon_article/siamo-tutti-chiusi-dentro/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Riccardo]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 24 Mar 2026 15:02:31 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Prigionieri fin dalla nascita Siamo tutti nati in un corpo alla ricerca della libertà. Il più delle volte non ne eravamo consapevoli, ma se guardiamo in profondità dentro di noi, vedremo frammenti di prove disseminati lungo tutta la nostra vita. Momenti di presunta felicità e gioia che improvvisamente si trasformavano in disperazione, dolore, delusione quando [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><em>Prigionieri fin dalla nascita</em></p>
<p><span id="more-126346"></span></p>
<p>Siamo tutti nati in un corpo alla ricerca della libertà. Il più delle volte non ne eravamo consapevoli, ma se guardiamo in profondità dentro di noi, vedremo frammenti di prove disseminati lungo tutta la nostra vita. Momenti di presunta felicità e gioia che improvvisamente si trasformavano in disperazione, dolore, delusione quando le cose non andavano come previsto, quando all’improvviso le nostre aspettative non venivano più soddisfatte. Quando volevamo arrenderci o ricominciare tutto da capo. Quando ci chiedevamo “perché?” “Cosa sta succedendo?” Oppure accadeva il contrario: eravamo immersi nel dolore, nell’inquietudine, nella mancanza di gioia e improvvisamente, da qualche altra parte, emergeva una minuscola scintilla di gioia, completamente estranea alle circostanze che stavamo vivendo in quel momento. Di nuovo “perché?” “Cosa sta succedendo?” Ma la vita va avanti, torna alla cosiddetta normalità, e noi abbiamo continuato. Questo accade molte volte nel corso della nostra vita e la vita stessa è così travolgente, felice o triste, che presto ce ne dimentichiamo, presto dimentichiamo questi frammenti. Ma li dimentichiamo davvero?</p>
<p>Non tornano forse, anche se solo per un attimo, in un modo o nell’altro, a fungere da monito? Monito che stiamo andando nella direzione sbagliata, che forse esiste un’altra via? E c&#8217;è anche la malattia come promemoria, quando lunghi o brevi periodi di inattività offrono l&#8217;opportunità (se siamo in grado di approfittarne) di riflettere sulla vita, spesso un frammento importante. In tutte queste esperienze, ci viene ricordato un altro stato, uno stato che può penetrare la nostra realtà attuale? Questo potrebbe farci ricordare di essere prigionieri in questo mondo, all&#8217;interno del nostro stesso mondo, all&#8217;interno di noi stessi. Incapsulati, per così dire, in una realtà in cui siamo nati, che abbiamo creato, su cui abbiamo costruito la nostra vita? Potrebbe esserci un&#8217;altra via? Man mano che la vita va avanti, mentre le cose diventano sempre più cupe quando ci guardiamo intorno, speriamo forse di cominciare a porci quella domanda in modo sempre più chiaro, sempre più spesso.</p>
<p>Esiste un’altra via? Forse possiamo cominciare a renderci conto di quanto siamo rimasti intrappolati, come ci ricordano di tanto in tanto questi frammenti, frammenti di un’altra realtà. Cominciamo a desiderare non solo i frammenti, ma ciò che rappresentano, ciò che ci invitano a cercare. Che esiste una via d’uscita, un’altra opportunità, un modo diverso di guardare alla vita, dall’interno e dall’esterno. Ai nostri atteggiamenti, ai nostri sentimenti, ai nostri pensieri. Al nostro mondo e a ciò che gli stiamo facendo. Una “via di fuga”, proprio qui dentro di noi, nella nostra vita attuale. Una via di fuga verso una realtà molto diversa, una realtà divina, che può essere aperta e raggiunta solo dal nostro desiderio. Il nostro desiderio di qualcosa di totalmente diverso. Quel desiderio è lì dentro ognuno di noi, profondamente nascosto, che aspetta solo di emergere.</p>
<p>Guardate dentro di voi.</p>
<p>Guardate quando sarete pronti a farlo e lo troverete!!</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Vasi</title>
		<link>https://logon.media/it/logon_article/vasi/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Riccardo]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 21 Mar 2026 11:50:08 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[L&#8217;essenza dell&#8217;uomo si estende dalla terra fino alle vette più elevate della coscienza e della forza; infine, sfiora l&#8217;inconoscibile numinoso. Viviamo in quella sfera in cui la nostra coscienza si radica. Se il centro di gravità della nostra coscienza, e quindi la nostra identificazione, si sposta, sperimentiamo altri strati del nostro essere e del cosmo. [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><em>L&#8217;essenza dell&#8217;uomo si estende dalla terra fino alle vette più elevate della coscienza e della forza; infine, sfiora l&#8217;inconoscibile numinoso.</em></p>
<p><span id="more-126323"></span></p>
<p><em>Viviamo in quella sfera in cui la nostra coscienza si radica. Se il centro di gravità della nostra coscienza, e quindi la nostra identificazione, si sposta, sperimentiamo altri strati del nostro essere e del cosmo.</em></p>
<p>La forza creativa originaria è il suono. La vibrazione crea la forma e la mantiene in vita. Il suono dell’origine trasforma se stesso e si incarna in forme sempre più concrete, diventa esso stesso forma – attraverso tutti i regni cosmici. Per questo si può dire che tutto proviene da un’armonia primordiale e ne è espressione. Si può però anche constatare che la coscienza primordiale, che è entrata nelle forme con l’energia, oggi non è più desta in noi: piuttosto viviamo con essa come con un lontano ricordo. Viviamo nella separazione, anche se cerchiamo connessione, armonia e ampiezza. Tra la nostra identità attuale e il suono primordiale si accumulano dissonanze come onde che provengono dal vasto oceano e si infrangono sulla costa. La riva è ripida, l’identità vive (ancora) soprattutto dei propri limiti.</p>
<h3>Lo strumento</h3>
<p>Eppure siamo strumenti in cui può risuonare il suono primordiale, in cui Dio non solo può esprimersi, ma può anche sperimentare la molteplicità insita in Lui. Rumi (1207-1273) dice a questo proposito: <em>L&#8217;uomo è l&#8217;astrolabio di Dio</em>. L’astrolabio è uno strumento di navigazione astronomica, un lettore di stelle. Nella sua forma tridimensionale, simile a un globo, mostra il cielo dall&#8217;esterno, così come l&#8217;uomo microcosmico è uscito dall&#8217;unità come una sorta di manifestazione di Dio. Ma il cielo deve essere letto affinché noi possiamo orientarci sulla terra. Rumi lo spiega così: l’uomo è un organo sensoriale di Dio, uno specchio che rende riconoscibili entrambi, l’uomo e Dio. Solo Dio stesso può maneggiare l’astrolabio: nelle mani dell’astronomo l’astrolabio è estremamente utile, <em>poiché chi conosce se stesso conosce il proprio Signore</em>. Quando il Dio interiore si risveglia, egli utilizza lo strumento di navigazione. Le sfere celesti vengono lette, le loro forze fluiscono trasformando il percorso di vita terreno. Leggere il cielo significa quindi: riconoscere nuovamente il proprio punto di vista sulla terra; comprendere le energie al cui punto di intersezione ci si trova e utilizzarle per il risveglio senza resistenza.</p>
<h3>Distruzione, trasformazione, ricreazione</h3>
<p>Conoscete la teoria della risonanza? Ogni oggetto ha una propria frequenza naturale. I ponti su cui i soldati camminano con un certo ritmo; i bicchieri che vengono fatti vibrare cantando: entrambi si rompono. Se un oggetto viene stimolato alla sua frequenza naturale, la sua vibrazione può diventare così forte da distruggerlo. Questo fenomeno è chiamato catastrofe di risonanza. Si tratta di morte o di liberazione dell’essenziale?</p>
<p>La medicina paracelsiana parte dal presupposto che l’essenza curativa di una pianta possa essere ottenuta solo quando la forma terrena, la prima forma, muore per decomposizione. Il bene, ovvero lo spirituale, e il male, ovvero il materiale, possono allora essere separati l’uno dall’altro e la sostanza curativa può essere estratta. La prima vita, in cui il bene e il male sono indissolubilmente mescolati, così scrive Paracelso nel suo <em>Opus Paramirum</em>, deve morire affinché possa avvenire una rinascita, in cui le verità segrete e i poteri curativi vengano alla luce. Così la decomposizione si rivela come un processo necessario nel ciclo della vita, che filtra la purezza e le proprietà benefiche dalla decomposizione.</p>
<p>Paracelso parla anche, nel caso dell’uomo, dell’estrazione della quintessenza – la sua essenza più pura e divina. Ciò non avviene solo con la morte fisica, in cui la quintessenza contribuisce a preparare la prossima incarnazione. In quanto alchimista, Paracelso conosce la morte nella vita, che attraverso un lavoro consapevole su se stessi è in grado di liberare la propria quintessenza già durante la vita terrena.</p>
<p>Questo pensiero può essere spaventoso o stimolante, se si cerca l&#8217;armonia con l&#8217;Origine e in questo percorso ci si confronta con la morte mistica come trasformazione profonda. L&#8217;immagine si chiarisce quando si impara a vedere il processo di trasformazione menzionato dalla prospettiva delle identità che l&#8217;uomo può assumere, dall&#8217;individuo (mortale) all&#8217;Uno-Tutto, persino a un&#8217;origine che non è né essere né non essere. Il nostro problema rimane il guscio della nostra identità, che si apre o si frantuma.</p>
<p>Lasciamo tutto alle spalle quando intraprendiamo il cammino verso stati superiori, abbandonando così il vecchio guscio? Un aspetto della risposta è questo: festeggiamo l’addio e partiamo. Ciò che è stato e ci ha permesso di partire è diventato effettivamente riconoscibile interiormente come essenza; è una medicina benefica che, attraverso l’addio e la partenza, è diventata un vero e proprio possesso. Pensate a qualcosa che si è radicato così profondamente in voi come esperienza che non potrete mai più perderlo: il tempo dell&#8217;esperienza può sembrare lontano, strano e estraneo, ma l&#8217;essenza è fresca e presente, perché proviene da un&#8217;esperienza compiuta.</p>
<h3>Vasi</h3>
<p>Noi esseri umani siamo simili a vasi inseriti in vasi più sottili. In tutti risuona un&#8217;energia vivificante, più sottile o più grossolana. Il vaso più sottile è colui che dona la vita e dà forma a quello più grossolano. Forse in noi il suono primordiale si traduce già in un&#8217;intera sinfonia. La nostra vita animica è molto concreta e differenziata, è la somma di molte vite. Nessun altro essere umano può produrre il suono che vibra in noi. Tuttavia, quale ricchezza più grande possiamo sperimentare e incarnare in noi stessi se sappiamo integrarci in una sinfonia cosmica.</p>
<p>Non sempre dentro di noi risuona una sinfonia. Paure, desideri e conflitti ne distruggono l&#8217;armonia. Tuttavia, essi dimostrano anche che siamo alla ricerca di un’armonia con il contenitore più grande, di una maggiore ampiezza – una ricerca che, come «io» confinati nella materia limitata, non possiamo portare a compimento. Qui non si tratta solo di entrare in uno stato vibrazionale più elevato, ma anche di trovare una nuova identità che non lotti più per il proprio io, la propria sfera d’azione, i propri beni, la sicurezza e l’autoconservazione, perché non cerca più il cosiddetto io nel senso tradizionale. Possiamo espandere il nostro essere in modo che, al posto dello scontro, nascano risonanze tra energie rivolte l’una verso l’altra? Qui può iniziare un&#8217;alchimia interiore che dalle ceneri delle vanità fa nascere una nuova vita. Le anime portano con sé l&#8217;esperienza dell&#8217;essere chiusi in se stessi nel viaggio verso un altro tipo di essere individuale. Prima cercavamo di racchiudere il mare in una goccia, poi scopriamo che siamo noi il mare. Ci tocca già sin dall&#8217;inizio.</p>
<p>È sempre il recipiente vibrante a generare il suono. Cosa cambia lungo il percorso, forse fin dall’inizio? Il confine tra noi e “tutto il resto” perde la sua rigidità carica di paura, non deve più essere un baluardo o un’arma, ma diventa piuttosto un mezzo flessibile di connessione, di scambio. Possiamo ascoltare gli altri, reagire al loro suono. E gli altri ci rispondono. Un&#8217;enorme orchestra che improvvisa insieme e conquista mondi sonori.</p>
<p>Sulla via verso i vasi più ampi c&#8217;è sempre il silenzio. Quando cessano l&#8217;inquietudine, la contesa, la ricerca e il pensiero, si crea per qualche istante uno spazio di silenzio. Non si sente subito qualcos&#8217;altro. Tuttavia, questo silenzio ha delle caratteristiche. È creativo, è unificante, sia verso l’interno che verso l’esterno. Fa emergere in noi altre forme di movimento, un altro modo di ascoltare, vedere, agire, incontrare. L&#8217;individuo di impronta (post-)moderna ha attraversato la cruna dell&#8217;ago dei suoi progetti di ricerca di sé e della sua delimitazione e ha affidato tutto allo spazio ancora sconosciuto e più ampio. Ascolta il suo vero sé e trova una corrente profonda che può seguire. Trasformazione!</p>
<p>Per noi esseri terreni, ciò che incontriamo lì rimane nascosto. La nostra prospettiva centrale non riesce a cogliere l&#8217;essenza del Tutto, ma impara a vibrare in sintonia con esso. L&#8217;uomo è il mistero di Dio. Dio è il mistero dell&#8217;uomo. Così dice Abd al-Qadr al-Jilani, il sufi del XII secolo. Dio si nasconde dietro molti veli, dietro innumerevoli stati di coscienza e di vibrazione. E allo stesso tempo è tutti loro. Rumi, a sua volta, incoraggia i suoi lettori con queste parole: <em>Smetti di essere così piccolo. Tu sei l&#8217;universo in movimento estatico.</em></p>
<p>A volte mi chiedo quale sia il senso di questo mio involucro fisico, che non è concepibile senza confini. Quali modi di essere, quali esperienze sono possibili solo qui? Forse abbiamo dovuto percorrere il cammino della scoperta di sé fino a questo limite, dove è possibile definirsi (come effettivo confine), affinché da qui potessimo partire verso l’infinito. Tuttavia, sono convinto che anche nella forma fisica il suono primordiale possa risuonare di nuovo, se lasciamo andare noi stessi, se osiamo trasformarci da contorni definiti con il loro centro oscuro e alla ricerca, a strumento dal suono puro e a via. Allora tutto ciò che di concreto può manifestarsi nella nostra vita diventa una sfaccettatura del Dio in noi.</p>
<p><em>L’essere – ciò che è materiale – ha la sua importanza,<br />
</em><em>ma è tramite il non-essere – l’immateriale –<br />
</em><em>che manifesta il suo vero scopo.</em></p>
<p>Lao Tzu, Tao Te Ching, capitolo 11</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Ma che cosa&#8230; ?</title>
		<link>https://logon.media/it/logon_article/ma-che-cosa/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Riccardo]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 21 Feb 2026 16:42:02 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Siete pronti? Una fotografia di un&#8217;opera d&#8217;arte piuttosto stimolante è stata condivisa con diversi conoscenti anziani per una valutazione. “Ma che cosa?” è stata la prima reazione, tra complessità e lieve confusione. Sono emersi alcuni suggerimenti: sì, sembrava raffigurare la terra, ma che cosa mai? Dopo un&#8217;attenta riflessione, è stato osservato che forse stavamo guardando [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><em>Siete pronti?</em></p>
<p><span id="more-125876"></span></p>
<p>Una fotografia di un&#8217;opera d&#8217;arte piuttosto stimolante è stata condivisa con diversi conoscenti anziani per una valutazione. “Ma che cosa?” è stata la prima reazione, tra complessità e lieve confusione. Sono emersi alcuni suggerimenti: sì, sembrava raffigurare la terra, ma che cosa mai? Dopo un&#8217;attenta riflessione, è stato osservato che forse stavamo guardando la stessa cosa, ma con occhi diversi, offrendo prospettive diverse. Un nipote ha offerto la sua prospettiva con quella che percepiva come una correlazione ovvia. “È un cerchio”, ha aggiunto. Potrebbe benissimo essere la terra, vista in modi diversi da persone diverse, ma c&#8217;era una connessione nel dipinto, una linea bianca circolare con punti interconnessi.</p>
<p>Un commento dell&#8217;artista ha fornito un&#8217;altra prospettiva, suggerendo che chiunque avesse osservato l&#8217;opera avrebbe alla fine contribuito ulteriormente a ciò che l&#8217;artista intendeva presentare.</p>
<p>Il dipinto conteneva un cerchio, che il nipote aveva effettivamente percepito, e un cerchio che poteva circondare la terra, che era anch&#8217;essa un cerchio. Un cerchio non ha né inizio né fine, un cerchio semplicemente è. Un cerchio comprende infinite prospettive, infiniti movimenti, infiniti cambiamenti. E ogni persona all&#8217;interno del cerchio costituiva una fonte di quel cambiamento infinito, contribuiva ad esso. Un cerchio non può cambiare a meno che non cambino i suoi componenti. E noi siamo i suoi componenti, siamo la sua potenziale opportunità di cambiamento.</p>
<p>Il nostro pianeta sta attraversando un cambiamento vasto e infinito. È così da molto tempo, da molto più tempo di quanto possiamo immaginare.</p>
<p>Ma l&#8217;avete mai notato, l&#8217;avete mai notato davvero consapevolmente? Siamo così occupati, così preoccupati, che probabilmente fino ad ora pochissime persone hanno riconosciuto un cambiamento di qualche importanza. E se lo hanno fatto e hanno osato commentarlo, speculare, reagire, sono stati ridicolizzati, derisi, ignorati o anche peggio. Il nostro pianeta buono, stabile, costante: come potrebbe cambiare, perché dovrebbe cambiare? Ma guardatevi intorno, è proprio quello che sta facendo da sempre, da quando abbiamo memoria! Per la maggior parte del tempo è stato considerato troppo rischioso apportare qualsiasi cambiamento e comunque non saremmo stati in grado di farlo. Perché prendere in considerazione queste cose, è stato suggerito. Ma nonostante ciò, le persone hanno messo e continuano a mettere in discussione la necessità di un cambiamento, che è diventato una questione sempre più urgente, soprattutto in questi tempi. Ma non è più una questione per il futuro, è una questione per il presente. Perché il cambiamento sta avvenendo in modo così intenso adesso, cosa sta succedendo? Che cosa diavolo sta succedendo?</p>
<p>C&#8217;è stato un tempo in cui abbiamo iniziato a porci questa domanda, ma senza urgenza perché riguardava sempre il futuro. Sì, la gente ammetteva che un cambiamento era davvero necessario, ma non ancora, rimandiamo a più tardi. Ma quando sarebbe stato più tardi? Nessuno lo sapeva davvero.</p>
<p>“Se vuoi cambiare il mondo, cambia te stesso” è un detto che sentiamo sempre più spesso in questi giorni, in cui il futuro, il “presente”, è ovviamente qui. Siamo nel presente, contribuiamo a crearlo, lo creiamo. E siamo gli unici che possono apportare un cambiamento perché ne facciamo parte e lo abbiamo sempre fatto. E possiamo farlo. Non come in passato, non con infiniti tentativi di cambiare ciò che ci circonda, la nostra realtà esterna, ma con un approccio completamente diverso, prendendo una direzione totalmente nuova. Non cercando di costruire su ciò che si è già dimostrato inefficace o anche relativamente efficace per un breve periodo. Non all&#8217;esterno, dove il caos e la confusione stanno diventando sempre più dilaganti di giorno in giorno. Ora il nostro compito è guardare dentro, guardare non solo dentro noi stessi, ma in tutto ciò che vediamo intorno a noi, nella nostra comunità, nel nostro mondo. E non solo individualmente, ma insieme. Insieme come anime affini. Solo quando saremo in grado di farlo, quando raggiungeremo quel punto, individualmente e globalmente, potrà accadere qualcosa, potranno cambiare la comprensione e le prospettive. Solo allora potremo diventare parte del cerchio che abbraccia la terra, che ci porterà poi in una nuova direzione.</p>
<p>Questo è “cosa diavolo sta succedendo!”. Ma siete pronti?</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
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	</channel>
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