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	<title>Tempi moderni &#8211; LOGON</title>
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	<description>An online magazine with articles about spiritual development</description>
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	<title>Tempi moderni &#8211; LOGON</title>
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		<title>“C’è una crepa in ogni cosa” – Il coraggio come punto di svolta nella consapevolezza</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Riccardo]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 27 Oct 2026 18:40:31 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Prima o poi, tutti avvertono quella crepa nel proprio essere. È proprio attraverso di essa che riescono a udire il richiamo che proviene dalla loro completa e vera individualità. C’è una crepa in ogni cosa, ed è da lì che entra la luce. Leonard Cohen. Chiunque si occupi dell’argomento del “coraggio” potrebbe imbattersi nello psicologo [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><em>Prima o poi, tutti avvertono quella crepa nel proprio essere. È proprio attraverso di essa che riescono a udire il richiamo che proviene dalla loro completa e vera individualità.</em></p>
<p><em><span id="more-130603"></span></em></p>
<p><em>C’è una crepa in ogni cosa, ed è da lì che entra la luce.<br />
</em>Leonard Cohen.</p>
<p>Chiunque si occupi dell’argomento del “coraggio” potrebbe imbattersi nello psicologo e autore americano, il dottor David R. Hawkins. Nel 1995, egli ha descritto il concetto di una scala di coscienza che assegna diversi stati di coscienza ed emozioni a una sequenza di livelli compresi tra 0 e 1000. Egli attribuisce al “coraggio” uno status molto speciale: quello di punto di svolta nello sviluppo della coscienza. Hawkins considera questa “calibrazione” universalmente valida. Come spiega Hawkins, queste gradazioni sono state confermate da innumerevoli test muscolari kinesiologici e possono essere verificate in qualsiasi momento. Si può parlare di stati di vibrazione mentale che possono essere letti sulla scala dei comportamenti e degli stati umani.</p>
<p>Le seguenti osservazioni si basano innanzitutto sul punto di vista di Hawkins. Lo 0 rappresenta la morte, mentre 1000 rappresenta il livello più alto, l’illuminazione. Per lui, l’emozione più bassa è la vergogna/il rifiuto di sé (20), seguita dal senso di colpa (30), dall’apatia/disperazione (50), dalla tristezza (75), dalla paura (100), dal desiderio/avidità (125), dalla rabbia (150) e dall’orgoglio (175). Secondo Hawkins, tutti gli stati al di sotto del valore di 200 sono debilitanti, limitanti e malsani. Ci appesantiscono come sacchi di sabbia su una mongolfiera. Le persone che provano queste emozioni si trovano in uno stato di carenza e tendono ad attingere energia dagli altri.</p>
<p>Solo al valore di 200 la carenza cessa e la persona entra in un equilibrio energetico positivo. Questo è il valore del coraggio. Per Hawkins, è il punto di svolta, il momento in cui il “palloncino” inizia a salire. Da questo punto in poi, le reazioni emotive si riducono progressivamente. Seguono sulla scala la neutralità (250), la disponibilità (310), l’accettazione (350), la ragione (400), l’amore (500), l’amore incondizionato/gioia dell’esistenza (540), la pace/silenzio interiore (600) e l’illuminazione/coscienza divina (700-1000). Si può affermare che, a partire da un certo livello di coscienza, lo stato spirituale di vibrazione possa essere spiegato solo da un campo energetico superiore, dalla partecipazione a un “mondo di amore incondizionato e pace”.</p>
<p>È inoltre interessante notare che, secondo Hawkins, ogni livello di coscienza porta con sé, in modo riflessivo, una certa immagine di sé e un’immagine di Dio o di un’idea divina.</p>
<p>Coraggio (200) = Posso superare me stesso = Dio è al mio fianco.</p>
<p>Orgoglio (175) = Sono migliore degli altri = Non ho bisogno di Dio.</p>
<p>Rabbia (150) = Devo lottare contro qualcosa o qualcuno = Dio è ingiusto.</p>
<p>Desiderio (125) = Non ho abbastanza = Dio mi nega il bene, non vuole che io lo abbia.</p>
<p>Paura (100) = Sono in pericolo = Dio mi sta punendo.</p>
<p>Tristezza (75) = Sto perdendo qualcosa di importante per me = Dio mi sta abbandonando.</p>
<p>Apatia (50) = Non c’è via d’uscita per me. È una situazione senza speranza = Dio mi condanna.</p>
<p>Senso di colpa (30) = Merito una punizione = Dio non perdona.</p>
<p>Vergogna (20) = Non sono degno di amore = Dio mi disprezza.</p>
<p>Questo per quanto riguarda il concetto di coscienza sviluppato dal dottor Hawkins.</p>
<p>Cosa può significare tutto questo per una persona alla ricerca della realizzazione interiore, di una trasformazione profonda?</p>
<p>La forza motrice, il perno dello sviluppo interiore, è il coraggio. Il coraggio non è un’emozione nel vero senso della parola. È piuttosto una qualità legata al concetto greco classico di virtù: il valore.</p>
<p>Se osserviamo più da vicino il coraggio, ci rendiamo conto che spesso manca proprio quando ce n’è più bisogno. Ecco perché il Vangelo apocrifo di Maria dice: «<em>Abbi coraggio! E se ora ti senti scoraggiato, abbi coraggio comunque!</em>»</p>
<p>Il coraggio è qualcosa che spesso è latente e può essere consapevolmente “risvegliato”. Sì, implica sempre il superamento di qualcosa da cui ci allontaniamo con gran parte del nostro essere.</p>
<p>Ma da cosa stiamo fuggendo e dove vogliamo andare? Perché avere coraggio?</p>
<p>Se a questo punto pensiamo in grande e tralasciamo le nostre lotte quotidiane – che naturalmente hanno anch’esse il loro giusto significato – qual è la cosa che temiamo di più e cosa richiede il massimo coraggio?</p>
<p>La paura più grande che proviamo (anche se raramente ne siamo consapevoli) è probabilmente la paura della morte. Ci accompagna per gran parte della nostra vita. Abbiamo paura di non essere più, di non esistere più? Oppure, se ipotizziamo una trasformazione, abbiamo paura di ciò che ci attende?</p>
<p>Il desiderio più grande e profondo che vive dentro di noi (anche se di solito rimane inconscio) è il desiderio di ricongiungerci con il divino, con l’unità divina. Ma, come per la morte, non possiamo comprendere cosa accadrà realmente quando questo desiderio sarà appagato. Sarebbe anch’esso uno stato di non esistere più? Oppure ci attende una trasformazione di vasta portata, in cui la nostra precedente esistenza si dissolve? Il divino non può essere conosciuto. Non possiamo integrarlo nel nostro vecchio sistema di percezione ed elaborazione, proprio come un fiume non può contenere il mare.</p>
<p>Può essere solo il contrario: la nostra coscienza dell’ego deve essere integrata, conosciuta ed elaborata dallo spirito divino. Il mare può facilmente assorbire il fiume.</p>
<p>Krishnamurti disse: <em>Non hai mai paura dell’ignoto; hai paura della fine del conosciuto</em>.</p>
<p>Quindi, nel profondo, proviamo anche paura di ciò che desideriamo ardentemente come appagamento. «Noi» esisteremo ancora allora?</p>
<p>Solo il coraggio può portarci avanti.</p>
<p>Il coraggio di lasciar andare ciò che ci è familiare, di far entrare l’ignoto nelle nostre vite. Dobbiamo lasciar andare noi stessi per consentire una nuova fase del nostro divenire.</p>
<p>Gesù disse: <em>Chi infatti vorrà salvare la propria vita, la perderà; ma chi perderà la propria vita per causa mia, la troverà</em> (Matteo 16,25).</p>
<p>Per quanto tempo della nostra vita siamo assorbiti da emozioni che ci limitano e ci opprimono? E dai corrispondenti schemi di pensiero, dalle sensazioni fisiche e dalle immagini negative di noi stessi e di Dio che ne derivano, per lo più inconsce.</p>
<p>Allo stesso tempo, c’è sempre la possibilità di darci una spinta interiore, di voltare le spalle al mondo chiuso in cui siamo bloccati e di affrontare il mondo aperto, il “tutto” che significa libertà e trasformazione. Abbiamo quindi la possibilità di scegliere tra due stati d’animo completamente diversi.</p>
<p>Di norma, viviamo in uno spazio percettivo chiuso – un sistema chiuso che si autoalimenta. Le nostre convinzioni, esperienze e pensieri ruotano secondo schemi familiari, rafforzandosi a vicenda e creando un’apparente certezza: il mondo è così. Questo è ciò che sono.</p>
<p>I livelli di coscienza di Hawkins, che prosciugano l’energia e rendono schiavi, possono essere visti come unità più piccole, come compartimenti percettivi intercambiabili all’interno di uno spazio percettivo, ciascuno con la propria narrazione plausibile. Ma proprio a causa della loro natura dolorosa e limitante, possono anche essere utili. Possono stimolare il desiderio di apertura, in modo che cerchiamo una via d’uscita – non solo da uno stato d’animo negativo, ma dal nostro dilemma esistenziale fondamentale.</p>
<p>Tutti questi spazi sono come una prigione per le nostre anime. Essi filtrano in gran parte ciò che è nuovo, estraneo, sconosciuto. Ci proteggono, ma allo stesso tempo ci limitano e ci frenano. La chiusura preserva la stabilità, ma impedisce il cambiamento.</p>
<p>Ciò contrasta con l’apertura: il rischio di rompere con le abitudini, di lasciar spazio a nuove prospettive, di sopportare l’incertezza, di percepire gli attaccamenti come catene. È il passo verso l’ignoto che penetra le vecchie mura e si apre alla vita illimitata e completa, all’eternità.</p>
<p>Leonard Cohen ha espresso una profonda verità sull’esistenza umana nel suo inno <em>Anthem</em>:</p>
<p><em>C’è una crepa in ogni cosa, è così che entra la luce.</em></p>
<p>Prima o poi, ogni persona avverte questa crepa dentro di sé: una fragilità che turba. Può trattarsi di una perdita, di un tumulto interiore, della sensazione improvvisa che la vita a cui sei abituato non ti sostenga più.</p>
<p>La crepa fa emergere le incertezze e frantuma la plausibilità del sistema chiuso.</p>
<p>Ma Cohen dimostra che è proprio qui che risiede l’opportunità. Solo quando il vecchio crolla può emergere qualcosa di nuovo. La crepa non è la fine: può essere l’inizio di un grande sviluppo. Verso ciò che desideriamo nel profondo del nostro cuore. Verso ciò che ci promette vera realizzazione, pace e vitalità.</p>
<p>Tuttavia, molti dei nostri sforzi, sia individuali che collettivi, mirano a utilizzare ogni stratagemma e ogni artificio per rattoppare le crepe che si manifestano, per renderle invisibili o per nasconderle. Il costante trambusto, le distrazioni dei media, le dipendenze di ogni genere, i farmaci, la fede in una salvezza che viene dall’esterno attraverso il progresso tecnologico, i politici o i grandi eroi sulla scena mondiale, e forse anche alcune terapie o pratiche esoteriche, assolvono a questo scopo in modo più o meno inconscio. Da una prospettiva globale, l’aumento del controllo e della sorveglianza gioca qui un ruolo significativo.</p>
<p>Soprattutto alla luce degli attuali avvenimenti mondiali, è sorprendente quanto possano diventare ampie tali crepe senza che la coscienza collettiva dell’umanità sviluppi intuizioni più profonde e metta in discussione le narrazioni e le visioni del mondo che ci sono state tramandate.</p>
<p><em>E ora la domanda ricorre: perché in questo contesto è necessario il coraggio?</em></p>
<p>Sicuramente, prima di tutto, nell’individuo deve essersi sviluppato un cuore risvegliato e desideroso. E poi è diventata visibile una frattura nel proprio mondo familiare, impossibile da ignorare. Ora può nascere la consapevolezza che non è necessario solo un piccolo cambiamento o un aggiustamento nel proprio comportamento, ma un profondo capovolgimento della propria vita. Ciò che è stato viene visto sotto una luce completamente nuova e messo fondamentalmente in discussione. Il vecchio concetto di vita non regge più. Nasce la consapevolezza che deve entrare in gioco una nuova forza, che va oltre le nostre capacità e supera le nostre possibilità. Ciò richiede il coraggio di ammettere la nostra incapacità strutturale e di sviluppare la disponibilità a rivolgerci a una forza superiore. In definitiva, si tratta anche di essere fondamentalmente disposti a sottomettersi a un ordine superiore dell’essere e a occupare il proprio posto al suo interno.</p>
<p><em>È umiltà</em>.</p>
<p>È la consapevolezza: <em>Senza di me non potete fare nulla</em> (Giovanni 15,5).</p>
<p>Questa consapevolezza ci apre alla fede. La fede qui non ha nulla a che vedere con il credere nei dogmi. La fede è la capacità degli esseri umani di connettersi con regni superiori di sviluppo che non possono afferrare né comprendere, allineando i propri cuori. Richiede un atto di fede, l’accettazione di QUALCOSA al di là della nostra mente cosciente, che è molto più di quanto potremmo mai essere con la nostra vecchia natura. QUALCOSA che ci accoglie e ci accetta in ogni momento, comunque e ovunque siamo. QUALCOSA da cui emanano aiuto e guida. Questo QUALCOSA è il NULLA per noi. E ci vuole coraggio per affidarci completamente a questo NULLA e lasciar andare ciò che possediamo. La fede accende il potenziale di Dio dentro di noi. Altrimenti, non c’è nient’altro a cui possiamo rivolgere il nostro cuore. Cominciamo a percepire, e sempre più ne siamo certi, che la fessura nel nostro mondo è un sentiero verso la libertà, che dietro di essa si cela la “vita vera” e il nostro “vero sé”. Il legame con lo spazio aperto ci dona nuova forza e nuovo coraggio per compiere il passo successivo. Nasce un desiderio sempre più forte per ciò che vuole emergere da dietro la fessura.</p>
<p><em>È il coraggio di credere.</em></p>
<p>La promessa risuona: <em>Chiedete e vi sarà dato; cercate e troverete; bussate e vi sarà aperto</em> (Matteo 7,7).</p>
<p>All’intuizione e alla fede segue l’azione. L’azione NON consiste nel seguire le vecchie strategie e gli schemi dell’ego. È un abbandono della coscienza dell’ego alla realtà frammentata così com’è in questo momento e un abbandono al flusso della vita, donando se stessi al numinoso, all’ignoto senza nome.</p>
<p>È l’accettazione radicale di ciò che sta accadendo proprio in questo momento. È al tempo stesso una fiducia e l’esperienza concreta che questo NULLA sia sostenibile, che ci offra un punto d’appoggio incrollabile. Secondo il mondo, questa non è un’azione degna di nota. In senso spirituale, è la cosa più grande che un essere umano possa fare. È un’accettazione completa e consapevole della crepa nella vita. E molto di più: diventa una connessione, un diventare un tutt’uno con essa – e con la luce che vi traspare. La crepa può allora cambiarci profondamente e strutturalmente. Attraverso di essa si mette in moto un’efficacia che gradualmente ci ricollega alla nostra origine divina, alla nostra dimora spirituale ed emotiva. Alla crepa è ora permesso di espandersi come parte di un processo e di portare nuova luce nel vecchio mondo. Come Giovanni di Patmos, vediamo aprirsi un nuovo cielo e una nuova terra. In questo processo, diventiamo diversi. Sì, diventiamo la persona che giace nelle profondità del nostro cuore e che eravamo destinati a essere fin dall’inizio.</p>
<p><em>È il coraggio di agire.</em></p>
<p>È l’abbandono di sé: <em>Lui deve crescere, ma io devo diminuire</em> (Giovanni 3,30).</p>
<p>Questo processo porta infine alla richiesta che sgorga dal cuore:</p>
<p><em>Sia fatta la tua volontà!</em></p>
<p>Il coraggio è il punto di svolta della nostra coscienza. Non abbiamo collegato questa riflessione all’obiettivo di scalare una serie di gradini sulla scala della coscienza. Abbiamo aperto un panorama più ampio. Si tratta del punto di svolta da un orientamento orizzontale a uno verticale, dal chiuso all’aperto. Si tratta di una profonda ribellione contro la vita, che possiamo mettere in atto ancora e ancora in qualsiasi momento, ovunque ci troviamo in termini di coscienza.</p>
<p>Naturalmente, questo passaggio dal chiuso all’aperto influisce anche sul nostro stato d’animo. Grazie al solido appoggio che sperimentiamo sempre più nella nuova realtà della vita, che è «non di questo mondo», possiamo anche arrenderci interiormente a emozioni quali il senso di colpa, il dolore, la paura e la rabbia. Non opporremo più resistenza. Gli aspetti inconsci dell’ombra potranno così rivelarsi e, con l’aiuto delle nuove forze di luce, essere integrati nella nostra coscienza. In questo modo, potranno perdere il loro potere terrificante e gradualmente “allontanarsi”. Il concetto di individuazione dell’essere umano di C.G. Jung potrà così trovare la sua realizzazione spirituale dentro di noi.</p>
<p>Ogni crepa che si apre nella nostra realtà è un richiamo rivolto a noi dalla nostra vera e completa individualità. Come un uccellino che, quando è pronto, rompe il guscio protettivo beccandolo dall’interno, ogni essere umano, col tempo, troverà il coraggio di seguire il proprio vero destino.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Walt Whitman – La voce del coraggio</title>
		<link>https://logon.media/it/logon_article/walt-whitman-la-voce-del-coraggio/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Riccardo]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 17 Oct 2026 16:03:55 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Whitman identifica gli esseri umani con le loro anime immortali. E non smette mai di celebrare il canto della liberazione dell’anima. Ci incoraggia a osare tutto nel nostro cammino verso l’unità in Dio. Il poeta americano Walt Whitman visse dal 1819 al 1892. Durante la sua vita era conosciuto come “il buon poeta grigio” e [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><i>Whitman identifica gli esseri umani con le loro anime immortali. E non smette mai di celebrare il canto della liberazione dell’anima. Ci incoraggia a osare tutto nel nostro cammino verso l’unità in Dio.</i></p>
<p><span id="more-130411"></span></p>
<p>Il poeta americano Walt Whitman visse dal 1819 al 1892. Durante la sua vita era conosciuto come “il buon poeta grigio” e “il santo di Camden”. Gli autori successivi lo descrissero come un maestro spirituale, un visionario, “il profeta di una nuova era”, “l’uomo dalla coscienza cosmica” e uno dei grandi araldi del cammino verso la liberazione. *</p>
<p>Raccolse le sue poesie – di incredibile schiettezza – nella sua influente raccolta <i>Leaves of Grass</i> (Foglie d’erba), che rivoluzionò la poesia. Un volume che si arricchì nel corso della sua vita con ogni nuova edizione.</p>
<p>Le poesie di <i>Leaves of Grass</i> mi hanno accompagnato e ispirato fin dalla mia giovinezza. Soprattutto nei momenti difficili, le singole poesie di quella raccolta sono state per me come fari, con una forza a cui potevo attingere per risollevarmi.</p>
<p>È come se Walt Whitman prendesse me (e i suoi lettori in generale) per mano e ci conducesse verso una prospettiva elevata sul mondo, sulla vita, sugli esseri umani.</p>
<p>È come un amico che condivide con te i suoi pensieri più intimi in modo del tutto aperto, un “camerado”, un compagno d’anima e una guida spirituale, qualcuno che conosce la grande gioia liberatoria dell’esistenza.</p>
<p>Walt Whitman è certamente una delle più grandi fonti di incoraggiamento tra i poeti e i pensatori. Allo stesso tempo, rappresenta una sfida enorme. Cosa dobbiamo pensare, infatti, di un uomo che scrive:</p>
<blockquote><p><i>Lodo con voce elettrica,<br />
Poiché non vedo una sola imperfezione nell’universo,<br />
E non vedo una sola causa o risultato che alla fine sia deplorevole nell’universo.<br />
Canto al tramonto</i></p>
<p>Vedo qualcosa di Dio in ogni ora delle ventiquattro, e quindi in ogni istante.<br />
<em>Canto di me stesso, n. 48</em></p>
<p><i>Mi contraddico?<br />
Ebbene, allora mi contraddico.<br />
(Sono vasto, contengo moltitudini.)</i><br />
Canto di me stesso, n. 51</p>
<p><i>C’è qualcosa in me – non so cosa sia – ma so che è in me. […]<br />
Non lo conosco – è senza nome – è una parola non detta,<br />
</i>Canto di me stesso, n. 50</p></blockquote>
<p>Questa poesia è testimonianza di una profonda conoscenza di sé.</p>
<p>Un essere umano capace di scrivere tali parole attingendo alla propria esperienza non è più un ricercatore. Ha trovato.</p>
<p>Ha esplorato il proprio io interiore ed è entrato in contatto con il suo essere più intimo. Possiede una conoscenza diretta; con i suoi sensi interiori ha scoperto “qualcosa” dentro di sé e sta interagendo con esso.</p>
<p>È quindi pienamente consapevole di cosa significhi essere umani, ovvero avere una partecipazione diretta a qualcosa di meraviglioso dentro di sé, nel proprio essere.</p>
<p>Immagino come sarebbe trovarsi permanentemente in questo stato di beatitudine. Come percepirei il mondo?</p>
<p>Per me, Whitman è un poeta ermetico perché vede oltre le cose e gli eventi, fino alle forze all’opera per portare a compimento il «piano divino». Egli scrive:</p>
<blockquote><p><i>Conoscere l’universo stesso come una strada, come molte strade, come strade per le anime in viaggio.<br />
Tutte le parti sono destinate al progresso delle anime</i>.<br />
Canto della strada aperta, n. 13</p></blockquote>
<p>È questo “sì” grande, onnicomprensivo, che non esclude nulla, alla vita nel suo insieme che Whitman canta come un inno di lode. Nel farlo, il saggio bardo non esclude mai il “male” o “i reietti”. Ogni cosa ha il suo posto.</p>
<blockquote><p><i>Non ti escluderò finché il sole non ti escluderà.<br />
</i>Ruscelli d’autunno, A una prostituta comune</p></blockquote>
<p>Il suo amore universale si diffuse in tutto il mondo. In una società in cui la schiavitù e i diritti delle donne erano ancora una questione del futuro, l’uguaglianza di genere e razziale era per lui del tutto naturale.</p>
<blockquote><p><i>In un attimo sorsero e si diffusero intorno a me la pace e la consapevolezza che superano ogni ragionamento terreno, […]<br />
E so che lo spirito di Dio è fratello del mio,<br />
E che tutti gli uomini mai nati sono anche miei fratelli, e le donne mie sorelle e amanti,<br />
E che il fulcro della creazione è l’amore.<br />
</i>Canto di me stesso, n. 5</p></blockquote>
<p>Persino la morte, uno dei suoi temi preferiti, è per lui solo una tappa del viaggio di ritorno verso Dio.</p>
<blockquote><p><i>Il più piccolo germoglio dimostra che in realtà la morte non esiste,<br />
E se mai ci fosse stata, essa ha condotto alla vita, e non aspetta la fine per fermarla,<br />
E cessò nel momento stesso in cui apparve la vita.<br />
Tutto avanza e si espande, nulla crolla,<br />
E morire è diverso da come si pensava, ed è più gioioso.<br />
</i>Canto di me stesso, n. 6</p></blockquote>
<p>E così Walt Whitman celebra un universo dinamico in cui ogni cosa esiste per lo sviluppo delle anime. Egli ci incoraggia anche in questi tempi turbolenti e apocalittici con affermazioni come la seguente:</p>
<blockquote><p><i>Non c&#8217;è alcuna interruzione e non potrà mai esserci,<br />
</i>Canto di me stesso, n. 45</p></blockquote>
<p>Per chi è alla ricerca spirituale, Whitman è una vera guida spirituale che indica ripetutamente il tesoro spirituale nascosto all’interno di ogni essere umano. È responsabilità di ogni individuo portarlo alla luce e metterlo al servizio dell’umanità:</p>
<blockquote><p><i>Per troppo tempo hai sognato sogni indegni,<br />
Ora ti tolgo la nebbia dagli occhi,<br />
Devi abituarti allo splendore della luce e di ogni momento della tua vita.<br />
</i>Canto di me stesso, n. 46</p>
<p><i>Anche tu mi poni delle domande e io ti ascolto,<br />
ti rispondo che non posso rispondere, devi scoprirlo da te.</i><br />
Canto di me stesso, n. 46</p>
<p><i>Tutti ti hanno trovato imperfetto, solo io non trovo alcuna imperfezione in te, […]<br />
Solo io sono colui che non pone su di te alcun padrone, proprietario, superiore, Dio, al di là di ciò che attende intrinsecamente in te stesso.<br />
</i>(A te)</p></blockquote>
<p>Whitman identifica gli esseri umani con le loro anime immortali. E non smette mai di celebrare il canto della liberazione dell’anima. Ci incoraggia a osare tutto nel nostro cammino verso l’unità in Dio. Come un’aquila che spinge i propri piccoli (noi!) fuori dal nido sicuro ma angusto, affinché essi (noi: tu ed io!) – confidando nelle proprie forze più intime – possano volare da soli, conquistare la vastità della vita, il mondo oltre l’«io», e sperimentare il campo vitale dell’anima stessa.</p>
<blockquote><p><i>Osi ora, o anima,<br />
camminare con me verso la regione sconosciuta,<br />
dove non c’è terreno per i piedi né sentiero da seguire?</i></p>
<p><i>Lì non c’è mappa, né guida,<br />
né voce che risuoni, né tocco di mano umana,<br />
né volto dalla carne fiorente, né labbra, né occhi, in quella terra.</i></p>
<p><i>Non lo so, o anima,<br />
né lo sai tu; tutto è un vuoto davanti a noi,<br />
tutto ci attende, inimmaginabile, in quella regione, in quella terra inaccessibile.</i></p>
<p><i>Finché i legami si allenteranno,<br />
tutti tranne quelli eterni, il Tempo e lo Spazio,<br />
né l’oscurità, né la gravità, né i sensi, né alcun confine ci limiterà.</i></p>
<p><i>Allora sbocceremo, fluttueremo,<br />
nel Tempo e nello Spazio, o anima, pronti per questo,<br />
uguali, finalmente equipaggiati (o gioia! o frutto di tutto!) per realizzarli, o anima.<br />
Sussurri di Morte Celeste, osi ora, o anima?</i></p></blockquote>
<hr />
<p>– Jan van Rijckenborgh, Catharose de Petri: <i>La Gnosi Universale</i>, Edizioni Rosacroce, 2026. Gli autori collocano Walt Whitman al fianco di Dante, Shakespeare, Jacob Böhme e Giovanni della Croce per la sua importanza come testimone del cammino verso la liberazione.</p>
<p>&nbsp;</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>La vita vuole fiorire – La poesia come bellezza creativa</title>
		<link>https://logon.media/it/logon_article/la-vita-vuole-fiorire-la-poesia-come-bellezza-creativa/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Riccardo]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 09 Oct 2026 03:30:06 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[La bellezza nasce dalla vita. È il respiro del vivente. Al suo interno pulsa il potere della creatività, e questo potere risiede anche in noi. Siamo intrecciati in un grande dispiegarsi che ha condotto il nostro universo dalla luce e dall’energia, attraverso la materia, fino alla vita e alla coscienza. E ogni fiore di questo [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><em>La bellezza nasce dalla vita. È il respiro del vivente. Al suo interno pulsa il potere della creatività, e questo potere risiede anche in noi.</em></p>
<p><span id="more-130296"></span></p>
<p><em>Siamo intrecciati in un grande dispiegarsi che ha condotto il nostro universo dalla luce e dall’energia, attraverso la materia, fino alla vita e alla coscienza. E ogni fiore di questo flusso vitale è bello.</em></p>
<p>Sul davanzale della finestra davanti a me c’è un’orchidea. È stata un regalo di un amico qualche anno fa. Per molto tempo è rimasta lì, quasi invisibile, con le sue foglie piatte. Fino a pochi giorni fa, quando sono spuntati dei boccioli viola. Ora si sono schiusi in un fiore grande e ben aperto. Ha la forma di una farfalla, ma si intravede anche quella di una stella a cinque punte. Il viola dei petali, un bianco delicato che si estende verso il centro, un giallo chiaro al centro e lo stesso viola verso l’interno del fiore, come sui bordi esterni dei petali. La bellezza dei fiori incanta la stanza e le nostre menti. Improvvisamente, inaspettatamente, si sono schiusi. Al di là del mio controllo. Questo è un altro motivo per cui quella vista è così esaltante. La bellezza ci capita. Il fiore ha dato vita a se stesso con la forza della vita. Allo stesso tempo, l’intero cosmo danza al suo interno. La pianta trae sostentamento dalla piccola quantità di terra nel vaso. Ha assorbito la luce del sole, l’acqua che le ho dato e che la nutre. E molte altre forze e interrelazioni hanno portato a questo momento, alla fine dell’inverno, che è il momento giusto per sbocciare. Come presagio della primavera, il tempo della vita che germoglia.</p>
<p>Trovo bellissima la vista dei fiori che sbocciano. Nei fiori che sbocciano sentiamo tutti il soffio della bellezza. Sono la forma e il colore ad incantarci. E allo stesso tempo, è l’atto, il verificarsi, l’evento stesso della fioritura. Quando una pianta fiorisce, è come se l’essenza, l’espressione unica di questa vita, diventasse visibile. Sentiamo anche la forza elementare della vita stessa, che spinge verso la fioritura, verso la perfezione.</p>
<p>Quando osservo l’orchidea per un po’ di tempo, entro in un campo di risonanza. La sua fioritura diventa un ricordo delicato e risvegliante della possibilità della mia fioritura. Sento che questo potere rigenerante della vita è all’opera anche in me. E con esso, la bellezza.</p>
<p>La fioritura di questa pianta adempie a un’antica legge della vita, un principio eterno inscritto nella vita stessa: la vita vuole fiorire. Allora la pianta non è un oggetto che osservo o che ammiro dall’esterno, ma in essa vibra una forma in divenire, che percepisco anche dentro di me. Come essere umano, anch’io sono un essere in evoluzione e tendo alla fioritura. In una vita che sboccia trovo lo spazio, l’ambiente, la volontà di lasciare che i doni, i talenti e gli impulsi creativi che giacciono dentro di me possano fiorire, di lasciare che i boccioli dell’anima sboccino. Una persona che sboccia in questo modo è una persona bella, perché la vita in lei ha potuto trovare una perfezione che non è una conclusione, ma piuttosto un’apertura al tutto, a ciò che è ancora possibile. Un fiore che si dona a tutta la vita.</p>
<blockquote><p><em>La nascita,<br />
un’apertura da lontano<br />
mi dona, qui vicino,<br />
l’essenza del tempo,<br />
il divenire.<br />
La tua voce risuona,<br />
mi trasforma per tornare a casa.<br />
La vita è una sola e fiorisce.<br />
Qualunque cosa sia.</em></p></blockquote>
<h3><strong>Il respiro eterno</strong></h3>
<p>Nel fiore meraviglioso entriamo in contatto con un principio eterno di vita che trascende la nostra esistenza limitata e temporanea. Quando percepiamo qualcosa come bello, sentiamo il respiro di leggi e forze onnicomprensive. Qualcosa di eterno ci tocca. Ecco perché la bellezza può darci un tale orientamento in un mondo fatto di insicurezza, distruzione, conflitti e sconvolgimenti.</p>
<p>La visione della bellezza nella natura, nell’arte, nell’umanità e nelle relazioni interpersonali, nell’azione etica ci ricorda che viviamo in un mondo che vuole fiorire da sé stesso. Il miracolo è che il mondo è bello, anche se in esso c’è molta bruttezza e oscurità. La bellezza esiste. E la nostra anima la desidera ardentemente. Cerchiamo il contatto con questa forza e questa presenza trascendenti. Anche se la nostra cultura ci offre molti piaceri superficiali, il desiderio di vera bellezza rimane.</p>
<p>La vera bellezza sboccia dalla vita stessa, come la vita stessa. Ecco perché nessun intervento di chirurgia “estetica” può eguagliare la vera bellezza. Si tratta solo di manipolazione esterna. Nessuna quantità di levigatura o abbellimento può sostituire la vera bellezza. Una persona anziana in fin di vita, il cui volto è illuminato da una vita appagata, irradia un tale splendore di vita. Al contrario, i corpi truccati, levigati e standardizzati sono solo una facciata.</p>
<p>La vera bellezza sgorga sempre dall’interno, perché un essere, una persona, una vita, un’opera d’arte, una società seguono l’armonia del vivente che proviene dall’interno e le danno espressione. Ecco perché lo splendore eterno della bellezza è così unificante. Le grandi opere d’arte di ogni cultura, la musica, la poesia, possono esserci estranee nella forma, nel linguaggio o nel suono, ma possiamo comunque percepire in esse il soffio della bellezza. La bellezza può unirci. Come esseri umani, ne siamo tutti attratti, indipendentemente dalla nostra cultura. E nelle esperienze di bellezza, come quando guardiamo un fiore – che in tutte le culture è percepito come bello – diventiamo consapevoli della nostra interconnessione con il tutto della vita. Fioriamo sempre come un tutt’uno, come UNA sola vita.</p>
<blockquote><p><em>Completamente<br />
svegli,<br />
nati nella<br />
luce in movimento.<br />
La creazione avviene<br />
quando cresciamo<br />
e andiamo oltre noi stessi,<br />
verso lo sguardo aperto<br />
che ci dona<br />
ciò che è possibile,<br />
e ci guarda.</em></p></blockquote>
<h3><strong>Un grande dispiegarsi</strong></h3>
<p>La bellezza nasce dalla vita. È il respiro del vivente. Al suo interno pulsa il potere della creatività, e questo potere risiede anche in noi. Siamo intrecciati in un grande dispiegarsi che ha condotto il nostro universo dalla luce e dall’energia, attraverso la materia, fino alla vita e alla coscienza. E ogni fiore di questo flusso vitale è bello. Le galassie che vediamo attraverso i nostri telescopi, le piante, gli animali, i paesaggi, l’essere umano nella sua creazione artistica, nei suoi impulsi di compassione e connessione che affermano la vita, nella sua ricerca della conoscenza del mondo e del proprio io interiore. La bellezza pulsa dall’interno attraverso questo processo. Quando qualcosa è bello, in esso si esprimono il potere creativo e l’armonia del vivente. Quando qualcosa è brutto, il flusso della vita è interrotto, spento, congelato.</p>
<p>Nel nostro essere creativo, visualizziamo la bellezza. Quando ci allineiamo consapevolmente a questo potere che sboccia, lo percepiamo dall’interno e lo esprimiamo nel mondo, trasformiamo la nostra esistenza in poesia. La poesia vive nel creare a partire dal bello. Il poetico, inteso in senso più ampio come un modo di essere nel mondo, vive in risonanza con il bello. Ogni opera poetica, ogni atto poetico cerca di rendere tangibile il nostro legame con la vita più ampia e di realizzarlo. La poesia percorre la via della sintonia estetica.</p>
<p>Quando scrivo una poesia, qualcosa nel mondo mi tocca. Ne sono commosso. Entro in risonanza con ciò che è. E lo esprimo. Trovo parole, immagini, metafore che esprimono il mio stato d’animo. Anche quando scrivo di una perdita o di un dolore, la bellezza può essere percepita semplicemente esprimendo un tocco. Rivelando una connessione. Quando siamo in sintonia con la vita in tutta la sua complessità, con il bello e il doloroso, la vita trova espressione. E noi corrispondiamo alla nostra vera natura di attori creativi, di co-creatori di un cosmo che si dispiega, di co-creatori di vita che stanno acquisendo consapevolezza, di poeti nel grande poema della creazione.</p>
<blockquote><p><em>Il respiro ci raggiunge.<br />
Mi commuove dal profondo<br />
il flusso e riflusso del tuo essere.<br />
Io sono lo strumento<br />
della tua musica<br />
che riempie la terra e il cielo<br />
e ci dona lo spazio che sta nel mezzo.</em></p></blockquote>
<h3><strong>Trasformare la nostra unione</strong></h3>
<p>Quando seguiamo la bellezza, anche la nostra unione può essere trasformata dall’interno. La bellezza è un tutto in cui le diverse parti trovano un’armonia dinamica che rimane in movimento. Nella forma di questo tutto si realizza l’intrinseca connessione della vita. Le relazioni diventano belle quando il nostro sbocciare trova spazio in esse e quando la relazione stessa diventa un fiore che coltiviamo insieme e trasformiamo continuamente. Ci nutre. Ci ricorda che non siamo isole separate in un cosmo vuoto, ma intrecciati con ogni cosa.</p>
<p>Anche una società, una comunità umana, può diventare uno spazio di fioritura. Allora a ogni persona viene concesso lo spazio per svilupparsi liberamente. Essere plasmati dall’interno. Essere modellati nella propria vera natura è fioritura spirituale. Ecco perché gli spazi di apprendimento, luoghi di vero sviluppo interiore e di rafforzamento del cuore, sono i centri energetici sociali di una comunità e di una società.</p>
<p>Una persona diventa bella quando le capacità che le sono proprie – il pensiero, il sentimento e la volontà, l’incarnazione, l’immaginazione e l’autodeterminazione – trovano un’armonia flessibile. Diventa un processo che si realizza nel proprio dispiegarsi. Allora l’intera vita diventa uno spazio creativo per ciò che è possibile. Il fatto che la nostra stessa vita sia aperta all’orizzonte del possibile conferisce al nostro essere potere creativo e una fiducia incondizionata. È possibile un mondo più bello, più giusto, più al servizio della vita e rigenerativo. Ciò che abbiamo in mente, ciò che percepiamo, esercita una forza di attrazione nei nostri cuori che ci chiama a sé. Si tratta di una speranza che non è diretta verso un obiettivo specifico, ma vive del fatto che il nostro essere e il nostro agire sono permeati dall’energia vivente in divenire, che si manifesta nella nostra capacità di seguire un significato profondo. Il fiore che potremmo essere ci chiama.</p>
<p>Questo è il meraviglioso richiamo che proviene dalle profondità della vita, in cui anche la verità e la bontà trovano accoglienza e protezione. Il vero, il buono e il bello ci aprono lo spazio del sacro come dimensione inderogabilmente essenziale della nostra esistenza. Nel sacro si rivela la totalità dell’essere, dalla quale non potremo mai allontanarci, e una profondità assoluta di significato, nella quale sperimentiamo di essere intessuti in un mistero incomprensibile della vita. Rimaniamo meravigliati. Proviamo stupore. La bellezza vibra e si rivela nel mistero, nella meraviglia e nello stupore. Ci avviciniamo al fondamento inconoscibile del nostro essere, che ci è più intimo di tutte le caratteristiche che determinano la nostra individualità. Allo stesso tempo, siamo un’espressione unica di questo tutto onnicomprensivo. Un fiore della grande vita. Questa è la bellezza creativa che siamo e che cerchiamo.</p>
<p>Poiché siamo in grado di vedere il bello, di lasciarci commuovere da esso, di rimanere incantati nel silenzio, di guardarlo con riverenza, partecipiamo al bello. Il senso estetico è dentro di noi e in esso siamo un tutt’uno con il bello che si manifesta a noi. Una vita estetica è tangibile, è un’esistenza sensibile, percettiva, poetica. Essa rifiuta l’anestesia, l’insensibilità, l’intorpidimento di una cultura che non vuole sentire ciò che è e ciò che fa. Attraverso la bellezza, possiamo risvegliare la nostra umanità. E possiamo poetizzare il nostro mondo.</p>
<p>Il mio sguardo torna all’orchidea sulla finestra, che mi ha aiutato a scrivere questo testo. Come ogni fiore, ci chiama all’interno del campo di forza creativo della fioritura, da cui possiamo ritrovare l’incanto della nostra vita, delle nostre relazioni, del nostro pensare e sentire, del nostro essere e del nostro agire.</p>
<blockquote><p><em>Guardiamoci l’un l’altro<br />
nel bagliore dell’incontro.<br />
L’orizzonte si apre,<br />
un presente condiviso.<br />
Ci sentiamo liberi.<br />
Insieme veniamo trasportati<br />
e creiamo la terra.<br />
Il futuro<br />
fiorisce,<br />
ora.</em></p></blockquote>
<p>&nbsp;</p>
<p>Mike Kauschke (*1972) è autore, poeta, traduttore e curatore editoriale. Ha praticato il buddismo zen e da molti anni esplora una spiritualità integrale e metamoderna. Dopo aver conseguito il diploma come infermiere, ha lavorato in cliniche naturopatiche e antroposofiche e in ospizi a Berlino, Monaco e Francoforte. Si è poi dedicato alla scrittura, inizialmente come traduttore, poi come redattore capo della rivista «evolve», collaboratore freelance della rivista online «Ethik heute» e autore di libri sull’arte poetica di vivere. Da molti anni fa parte della comunità di «evolve World». Pubblicazioni, tra le altre: *Auf der Suche nach der verlorenen Welt* (Alla ricerca del mondo perduto, 2022), *Im Gespräch mit der lebendigen Welt* (In conversazione con il mondo vivente, 2024).</p>
<p>&nbsp;</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>La Soglia</title>
		<link>https://logon.media/it/logon_article/la-soglia/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Riccardo]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 09 Oct 2026 02:31:42 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Realizzazione]]></category>
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					<description><![CDATA[Vivere sulla soglia dell’eternità. L’immagine della soglia ricorre in tutte le tradizioni spirituali. Una porta che separa due stanze, la prima luce dell’alba prima che sorga il sole, la pausa prima che inizi un viaggio: tutto ciò suggerisce la stessa esperienza: il momento tra due stati dell’essere. Una soglia non è ancora la nuova vita, [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><em>Vivere sulla soglia dell’eternità.</em><span id="more-130295"></span></p>
<p>L’immagine della soglia ricorre in tutte le tradizioni spirituali. Una porta che separa due stanze, la prima luce dell’alba prima che sorga il sole, la pausa prima che inizi un viaggio: tutto ciò suggerisce la stessa esperienza: il momento tra due stati dell’essere.</p>
<p>Una soglia non è ancora la nuova vita, ma segnala che una transizione è diventata possibile. Qualcosa nella vecchia situazione non sembra più completo, eppure il passo successivo non si è ancora rivelato appieno.</p>
<p>Per molti versi, la Soglia è un luogo di maggiore consapevolezza. Cominciamo a percepire che gli schemi familiari della vita non soddisfano del tutto le domande più profonde che albergano in noi. Allo stesso tempo, potremmo non sapere ancora cosa ci sia oltre.</p>
<p>Nel racconto rosacrociano <em>Le Nozze Alchemiche di Cristiano Rosacroce</em>, il ricercatore incontra ripetutamente porte e soglie che non possono essere varcate solo con lo sforzo. L’ingresso diventa possibile solo quando è giunto il momento della disponibilità. Il riconoscimento deve precedere l’attraversamento. La Soglia, quindi, rappresenta un momento sottile ma decisivo nel percorso umano: il risveglio di una consapevolezza interiore che qualcosa di nuovo sta chiamando.</p>
<h3>La luce della consapevolezza</h3>
<p>Ciò che rende possibile un momento del genere è l’emergere di un nuovo tipo di consapevolezza.</p>
<p>Le tradizioni spirituali parlano spesso di una radiazione silenziosa che circonda la vita umana, anche quando non viene ancora riconosciuta. Essa non interferisce con la nostra libertà né ci costringe a credere. Al contrario, rimane presente come un gentile invito.</p>
<p>Questa presenza può rivelarsi in molti modi: come un’intuizione improvvisa, come un profondo desiderio di verità, o come la silenziosa sensazione che la vita racchiuda un significato che non può essere ridotto al successo o al fallimento esteriore.</p>
<p>All’inizio, questa consapevolezza può sembrare lontana o incerta, come la luce fioca all’orizzonte prima dell’alba. Eppure, una volta notata, diventa sempre più difficile ignorarla.</p>
<p>È questa crescente consapevolezza che rivela la Soglia. Cominciamo a percepire che esiste un’altra dimensione della vita: una dimensione che ci invita a guardare oltre la superficie delle cose.</p>
<h3>Una svolta interiore</h3>
<p>Quando questa consapevolezza si risveglia, qualcosa dentro di noi comincia a cambiare. Le domande che sorgono non sono più idee astratte, ma realtà personali. Cominciamo a riflettere più profondamente sulla direzione delle nostre vite e sul significato che si cela dietro le nostre esperienze.</p>
<p>In quei momenti, la Soglia diventa reale. Riconosciamo che la vita non è semplicemente una sequenza di eventi esterni, ma un processo in cui la vita interiore si risveglia gradualmente.</p>
<p>La tradizione rosacrociana descrive spesso questa fase come l’inizio di un nuovo orientamento. Il ricercatore non vede ancora il percorso completo che lo attende, eppure qualcosa dentro di lui è cambiato. La certezza del passato comincia a cedere il passo a una ricerca più profonda della verità.</p>
<p>Questo risveglio è raramente drammatico. Più spesso è silenzioso e quasi fragile, come la prima luce che appare all’orizzonte prima dell’alba. Eppure ha un significato profondo, perché segna l’inizio di una risposta consapevole alle possibilità più profonde della vita.</p>
<h3>Vivere sulla Soglia</h3>
<p>Una volta che questa consapevolezza è emersa, la vita raramente prosegue esattamente come prima. Esteriormente, gli schemi familiari della vita quotidiana possono rimanere immutati, ma interiormente ha cominciato a svilupparsi una nuova sensibilità. Diventiamo più attenti ai moti più profondi del cuore e più consapevoli delle domande che plasmano la nostra vita interiore.</p>
<p>Questo è ciò che significa vivere sulla Soglia.</p>
<p>La Soglia non è ancora la nuova vita, ma non è nemmeno la vecchia vita che un tempo conoscevamo senza porci domande. È un luogo a metà strada tra due mondi, un momento di silenziosa tensione in cui qualcosa dentro di noi ha iniziato ad ascoltare più profondamente.</p>
<p>Spesso questo stato porta con sé una maggiore sensibilità. Sorgono domande che non possono essere facilmente ignorate. Il significato delle nostre azioni, la direzione delle nostre vite e lo scopo che sta dietro alle nostre esperienze iniziano ad assumere un nuovo significato.</p>
<p>Eppure la Soglia non è solo un luogo di incertezza. È anche un luogo di attenzione. Vivere sulla Soglia significa rimanere consapevoli del richiamo più profondo che si è rivelato, anche se il suo pieno significato non è ancora compreso.</p>
<h3>Varcare la Soglia</h3>
<p>Il passaggio oltre la Soglia raramente si manifesta come un evento improvviso. Più spesso si svolge gradualmente, a mano a mano che l’essere umano inizia a rispondere alla consapevolezza che si è risvegliata dentro di lui.</p>
<p>All’inizio, questa risposta può essere poco più di un cambiamento nell’attenzione. Ciò che un tempo sembrava irrilevante ora acquista significato. La vita interiore, che in precedenza poteva essere stata messa in secondo piano dalle esigenze delle attività quotidiane, inizia ad assumere un nuovo significato.</p>
<p>Chi ha percepito questa chiamata più profonda trova sempre più difficile ignorarla. Domande che un tempo sembravano lontane ora diventano profondamente personali.</p>
<p>Una volta riconosciuta la Soglia, il viaggio verso una nuova comprensione della vita è già iniziato.</p>
<p>In questo modo, la Soglia diventa gradualmente un passaggio. Passo dopo passo, l’essere umano inizia a entrare in un nuovo rapporto con la vita, un rapporto in cui la dimensione più profonda dell’esistenza può illuminare il cammino da percorrere.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Il mondo sarà redento dalla bellezza</title>
		<link>https://logon.media/it/logon_article/il-mondo-sara-redento-dalla-bellezza/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Riccardo]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 28 Aug 2026 16:44:30 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Condividendo con amore il dolore dell’altro, le loro anime risplendono di una bellezza il cui splendore un giorno vincerà la morte e redimerà il mondo. Il romanzo di Dostoevskij L’idiota «È vero, principe, che una volta avete detto che il mondo sarà redento dalla bellezza?» Questa domanda viene posta da un giovane amico al principe [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><i>Condividendo con amore il dolore dell’altro, le loro anime risplendono di una bellezza il cui splendore un giorno vincerà la morte e redimerà il mondo.</i></p>
<p><span id="more-129452"></span></p>
<h3>Il romanzo di Dostoevskij <i>L’idiota</i></h3>
<p>«È vero, principe, che una volta avete detto che il mondo sarà redento dalla bellezza?» Questa domanda viene posta da un giovane amico al principe Myskin, figura centrale del romanzo di Dostoevskij <i>L’idiota</i>. Il principe rimane in silenzio e l’amico chiede di nuovo: «Che tipo di bellezza redimerà il mondo?» Il principe lo guarda con sguardo penetrante, ma non risponde.</p>
<p>Tuttavia, d’ora in poi rimarrà al fianco del suo giovane amico affetto da tubercolosi con infinita compassione, poiché sa che il suo amico è vicino alla morte. Ricorda fin troppo bene il volto della morte, che un tempo ha affrontato da giovane. Sembra quasi che con il suo silenzio voglia dire all’amico che condividerà con lui il suo dolore con amore e che questo farà risplendere le loro anime di una bellezza che vincerà la morte e un giorno redimerà il mondo.</p>
<h3>Una finta esecuzione</h3>
<p>Dostoevskij aveva 27 anni quando fu condannato a morte a San Pietroburgo insieme a un piccolo gruppo di amici per idee socialiste e contrarie al regime. In una lettera al fratello scrive: «Oggi, 22 dicembre, siamo stati tutti condotti in piazza Semyonovsky». Quando furono allineati ai lati del patibolo, il cancelliere si fece avanti al centro del luogo dell’esecuzione e lesse la sentenza di morte: «condannati a morte per fucilazione». Improvvisamente il sole fece capolino tra le nuvole. E Dostoevskij disse: «Non può essere che ci stiano giustiziando…»</p>
<p>Ai delinquenti vengono gettati addosso i camici bianchi della morte, le spade vengono spezzate sulle loro teste. Vengono legati ai pali e i cappucci vengono calati sugli occhi, i soldati tengono i fucili pronti a sparare, poi un rullo di tamburi. I cappucci vengono strappati dalle teste dei condannati a morte, che vengono slegati dai pali. Un messaggero dello zar annuncia la grazia. La pena di morte è stata commutata in lavori forzati! Pochi giorni dopo, Dostoevskij viene deportato in Siberia insieme a molti altri. Solo in seguito verranno a sapere che lo zar stava pianificando questo processo farsa già da tempo.</p>
<p>Quel momento di «né morte né vita», improvvisamente inondato dalla luce del sole, spinge Dostoevskij a dire in seguito:</p>
<p>È incredibile l’effetto che un singolo raggio di sole ha sull’anima di una persona. E ancora: «Vedo il sole, […] e sapere che il sole c’è, questa è la vita».</p>
<p>Stefan Zweig descrive questo momento nella sua poesia <i>Heroischer Augenblick</i> (Momento eroico):</p>
<blockquote><p><i>La morte si allontana a malincuore dalle articolazioni congelate.<br />
E gli occhi, ancora avvolti nell’oscurità, avvertono<br />
di ricevere un saluto dalla luce eterna […]<br />
Perché egli sente che, solo da quando<br />
ha sfiorato le labbra amare della morte,<br />
il suo cuore percepisce la dolcezza della vita.</i></p></blockquote>
<h3>L’epilessia come metafora</h3>
<p>Dostoevskij fu profondamente segnato dall’indicibile umiliazione subita per mano delle autorità statali che lo avevano condannato a morte per poi risparmiargli la vita all’ultimo momento. Questo shock gli provocò un’epilessia cronica. Quel momento cruciale, in cui la luce del sole che penetrava nella sua anima lo salvò dalla morte in senso superiore e lo risvegliò a una nuova vita, rimarrà nell’anima di Dostoevskij come un’esperienza duratura durante le sue crisi epilettiche, che egli elabora nel personaggio del principe Myskin nel suo romanzo <i>L’idiota</i>. In questa ambivalenza, ogni crisi epilettica del principe è un tentativo da parte della sua anima di integrare le contraddizioni della morte e della nascita e di viverle come un’unità nella vita umana. Il principe Myskin è una sorta di alter ego di Dostoevskij.</p>
<p>Il principe, che nella propria sventura riceve la visione dell’interconnessione di tutta la vita umana, conduce una vita veramente umile. Tuttavia, le persone che lo circondano non riescono a comprenderlo. Vivono in una falsa realtà di amor proprio, deridono la sua anima nobile e compassionevole e lo definiscono un idiota.</p>
<h3>Un parallelo tra il principe Myskin e Gesù</h3>
<p>Nel suo saggio <i>Riflessioni su “L’idiota” di Dostoevskij</i>, Hermann Hesse paragona il principe Myskin a Gesù.</p>
<p><i>Il parallelo tra i due risiede nel pensiero del momento in cui Gesù, nel Giardino del Getsemani, beve l’ultimo calice della solitudine […]. È il momento di un isolamento incredibile e totale, della tragica solitudine dell’Idiota: da una parte, la società, gli eleganti, i mondani, i ricchi, i potenti e i conservatori; dall’altra, la gioventù rabbiosa, implacabile, che non conosce altro che la ribellione, selvaggia, ferocia, di una stupidità senza nome… – e tra le due parti, il principe solo, esposto, osservato con occhio critico da entrambe le parti e in preda alla massima tensione. E come si conclude la situazione? Si conclude con Myshkin che si comporta in piena coerenza con la sua natura buona, tenera, infantile, […] rispondendo con altruismo alle provocazioni più oltraggiose […] e venendo così completamente respinto e disprezzato […] Tutti gli voltano le spalle […], per un attimo i contrasti più estremi nella società, nell’età e nell’atteggiamento si cancellano completamente, e tutti sono uniti, completamente uniti, nel voltare le spalle con disgusto a colui che è l’unico puro tra loro. Qual è dunque la ragione dell’impossibilità di questo idiota nel mondo degli altri? È perché l’idiota pensa in modo diverso dagli altri. Il suo modo di pensare è ciò che io chiamo pensiero “magico”. </i></p>
<p>Il principe Myskin si trovò un giorno sul confine magico durante il processo di esecuzione, dove dovette accettare ogni cosa, il pensiero della morte e il suo opposto, la vita. Si rese conto che non esiste legge, cultura, moralità o formazione che sia vera da un punto di vista diverso da quello di un polo – e che ogni polo ha il suo polo opposto. Rifiutò così il mondo intero e la realtà degli altri, e il fatto che apparisse come una persona amabile e altruista lasciava le persone senza parole. Aveva sperimentato la vera unità e la legge dell’esistenza umana nella luce e nell’amore avvolgente del raggio di sole che un tempo lo aveva chiamato a una nuova vita.</p>
<h3>La legge della compassione</h3>
<p>«La compassione è, dopotutto, la legge più importante e forse l’unica legge dell’esistenza per tutta l’umanità», disse Dostoevskij. Quando condividiamo il dolore con il prossimo, accogliamo tutte le persone nel nostro cuore. Allo stesso tempo, entriamo in contatto con la nostra comune fonte divina di vita, che è il luogo da cui si irradia la bellezza originaria dell’amore di Dio.</p>
<p>Questo è il segreto della bellezza: essa irradia uno splendore che esprime la gloria di Dio in tutta la sua creazione e redimerà il mondo.</p>
<p><i>Con la sua assoluta modestia, persino umiltà, il principe Myshkin è del tutto inavvicinabile, e la sua vita irradia un ordine incentrato sulla propria solitudine, matura al punto da svanire. Si tratta in effetti di una cosa molto strana: tutti gli eventi, per quanto lontani da lui possano essere, esercitano su di lui una forza di attrazione gravitazionale, e proprio questa gravitazione di tutte le cose e di tutte le persone verso l’Uno costituisce il contenuto del libro.</i></p>
<p>Walter Benjamin</p>
<p>Dalla poesia di Stefan Zweig <i>Heroischer Augenblick</i> (Momento eroico):</p>
<blockquote><p><i>E gli diventa chiaro<br />
che in quell’unico secondo<br />
era lui<br />
a trovarsi davanti alla croce mille anni fa,<br />
e che lui, proprio come lui,<br />
da quel bacio ardente di morte,<br />
doveva amare la vita proprio per le sue sofferenze.</i></p></blockquote>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>La caverna portatile</title>
		<link>https://logon.media/it/logon_article/la-caverna-portatile/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Riccardo]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 24 Jul 2026 18:41:26 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Il nostro mondo è una simulazione, come sostengono alcuni scienziati? L’idea che il mondo non sia ciò che sembra è molto antica. La ritroviamo nell’induismo, nel buddismo e – all’inizio della nostra era – tra gli gnostici. Platone la descrive in modo vivido nella sua “Allegoria della caverna”. Oggi abbiamo creato una caverna che portiamo [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><i>Il nostro mondo è una simulazione, come sostengono alcuni scienziati? L’idea che il mondo non sia ciò che sembra è molto antica.</i></p>
<p><span id="more-128726"></span></p>
<p><i>La ritroviamo nell’induismo, nel buddismo e – all’inizio della nostra era – tra gli gnostici. Platone la descrive in modo vivido nella sua “Allegoria della caverna”. Oggi abbiamo creato una caverna che portiamo con noi nei nostri telefoni cellulari.</i></p>
<p>Negli ultimi tempi è diventata, se non un’idea comunemente accettata, almeno un argomento di notevole dibattito, l’idea che il mondo in cui viviamo, dall’accogliente familiarità delle nostre case alla galassia più lontana, a anni luce di distanza, sia una sorta di finzione, o almeno una copia, una simulazione. Ciò che un tempo poteva sembrare materia da fantascienza – si pensi, ovviamente, al film <i>Matrix</i> – è ora considerato da alcuni scienziati, se non ancora un fatto, almeno una probabilità al 99% destinata a diventarlo. Giganti della tecnologia di alto profilo come Elon Musk e Peter Thiel sembrano accettarla e, in modo strano, il fatto che la teoria della simulazione debba ancora essere dimostrata o addirittura accettata come dimostrabile sembra, nel loro caso, essere un ottimo motivo per accettarla come atto di fede; entrambi si sono definiti cristiani, sebbene non in senso ortodosso. In un certo senso, questa fede mi sembra un esempio del carattere “promissorio” di gran parte della scienza attuale, ovvero la tesi secondo cui, sebbene al momento non siamo in grado di dimostrare X – qualunque cosa X possa essere – molto probabilmente saremo in grado di dimostrarla abbastanza presto. Quindi, se non possiamo ancora dimostrare che viviamo in una simulazione, non preoccupatevi. Con qualche anno in più e ulteriori progressi tecnologici, ci arriveremo, vedrete.</p>
<h3>Siamo forse oggetto di una simulazione da parte di una civiltà futura?</h3>
<p>L’idea principale alla base di questa teoria proviene dal filosofo di Oxford Nick Bostrom. In sostanza, egli sostiene che, proprio come noi oggi eseguiamo simulazioni al computer su una miriade di cose – dal meteo al traffico, fino ai combattimenti militari, per non parlare dei videogiochi e della realtà virtuale – così anche civiltà avanzate – sia extraterrestri che future – ne eseguiranno, ma su una scala molto più ampia e complessa. Queste civiltà avanzate eseguirebbero molte simulazioni di questo tipo e una di esse sarebbe la vita qui sul pianeta Terra. La fisica quantistica lo rende possibile, poiché i quanti di «realtà» vengono manipolati allo stesso modo dei pixel sugli schermi dei nostri computer. Le numerose “coincidenze” che sembrano aver contribuito alla comparsa della vita qui, e che per altri scienziati suggeriscono quello che è noto come “principio cosmologico antropico” – secondo cui, piuttosto che un caso fortuito in un universo ostile e privo di significato, il nostro universo è uno in cui la vita intelligente deve necessariamente emergere – sono, per i simulazionisti, la prova, appunto, della simulazione. Qualcuno, dicono, sta tirando le fila.</p>
<p>Per alcuni potrebbe trattarsi di Dio. Per altri, è il grande programmatore informatico che sta lassù nel cielo. Per alcuni simulazionisti siamo noi stessi nel futuro. Siamo quindi simulazioni create dai nostri io futuri. Tuttavia, se siamo noi a dare origine alla generazione futura che, secondo i simulazionisti, ci sta simulando, è difficile sfuggire al problema logico di come una realtà “falsa” possa dare origine alla realtà “reale” che la crea.</p>
<p>Un’osservazione di uno degli scienziati che sostengono la teoria della simulazione mi ha colpito quando l’ho letta. Rich Terrile, uno scienziato del Jet Propulsion Laboratory della NASA, ritiene che la teoria della simulazione sia talmente probabile che «se non viviamo in una simulazione, si tratta di una circostanza straordinariamente improbabile». Mi sfugge come possa determinare se sia probabile o improbabile, dato che, se vivessimo in una simulazione, qualsiasi nozione di «probabilità» farebbe necessariamente parte della simulazione stessa e non potremmo quindi esprimere un giudizio su di essa nel suo complesso. E in ogni caso, quanto era «probabile» il Big Bang – ammesso che sia realmente avvenuto – o, meglio ancora, quanto è probabile l’esistenza stessa? Come potremmo mai rispondere a questa domanda, dato che le nostre nozioni di probabilità fanno parte proprio di ciò su cui ci stiamo interrogando?</p>
<p>La domanda «Perché esiste qualcosa piuttosto che il nulla?» ha lasciato perplessi in passato alcuni grandi pensatori: Leibniz, William James, Heidegger, Wittgenstein, per non parlare di innumerevoli bambini, prima che la meraviglia venisse loro tolta. Che ciò che vedo quando apro gli occhi sia una simulazione non è più probabile del fatto che io veda qualcosa in assoluto. Che l’universo sia «semplicemente successo» sembra incredibilmente improbabile, ma menti come quella di Stephen Hawking, che credeva di poter conoscere la mente di Dio, hanno più o meno affermato che sia andata così, anche se la sua ipotesi secondo cui dietro a tutto ci sarebbe una «fluttuazione quantistica in un vuoto preesistente» suona molto più scientifica.</p>
<p>Oltre ad essere “non falsificabile” – secondo la definizione del filosofo Karl Popper per una teoria priva di status “scientifico” – la teoria della simulazione presenta anche altri punti a suo sfavore. Innanzitutto, presuppone che le “civiltà avanzate” farebbero le stesse cose che facciamo noi, come eseguire simulazioni, ma su scala più ampia. Mi sembra un po’ come dire che avrebbero degli autobus, proprio come noi, ma lunghi un miglio e che viaggiano a 1.000 miglia all’ora. Se queste civiltà sono così avanzate, perché dovrebbero preoccuparsi di fare le stesse cose che fanno gli scienziati qui e ora? Forse il fatto che siano “avanzate” sarebbe meglio dimostrato dal fatto che abbiano superato del tutto la tecnologia?</p>
<p>L’assunto secondo cui qualsiasi definizione di “avanzato” debba necessariamente riferirsi alla tecnologia è di per sé il risultato di un altro problema della teoria: essa presenta una metafora come un fatto. Quando Newton abbandonò il vecchio modello tolemaico dell’universo e lo sostituì con uno ispirato a una macchina, proiettò una metafora sulla realtà. La rivoluzione einsteiniana fece lo stesso quando sovvertì Newton; ora, attraverso la relatività, l’universo era come un palloncino in espansione. Oggi non sorprende che i computer e le “realtà virtuali” che ne derivano forniscano la metafora per l’ultimo modello dell’universo: la simulazione.</p>
<h3>La natura illusoria delle nostre esperienze</h3>
<p>Eppure, ben oltre a ciò, pur essendo presentata come il punto più all’avanguardia della teoria scientifica, l’idea che il mondo in cui viviamo sia in qualche modo falso – o almeno non sia proprio come sembra – è antica quanto il mondo, simulato o meno. L’induismo parla di Maya, il carattere illusorio della nostra esperienza di separazione dal mondo. Lo stesso vale per il buddismo, che parla della nostra “nescienza”, la nostra ignoranza della realtà. Ma non c’è bisogno di recarsi in strani luoghi di culto per scoprire idee che precedono il nostro attuale fascino per le simulazioni. Anche l’Occidente ne ha prodotte.</p>
<p>Si potrebbe dire che una delle fonti autoctone di una delle prime teorie della simulazione siano gli gnostici. Gli gnostici costituivano un gruppo eterogeneo di movimenti religiosi primitivi, alcuni dei quali cristiani, che prosperarono principalmente nel II e III secolo d.C. Molti gnostici distinguevano tra il Dio trascendente e supremo e il Dio creatore dell’Antico Testamento, che identificavano come un essere divino di rango inferiore (il Demiurgo). Essi tendevano a interpretare la vita, la morte e la resurrezione di Cristo in modo simbolico e spirituale, ponendo l’accento sulla conoscenza interiore (gnosi) piuttosto che su una lettura letterale o storica. Sono chiamati gnostici perché, anziché accettare gli insegnamenti di Cristo attraverso la fede e il dogma, come facevano i cristiani letterali, cercavano la gnosi, una parola greca che significa «conoscenza». Non si trattava del tipo di conoscenza che si acquisisce attraverso l’apprendimento o lo studio – ciò che i Greci chiamavano episteme – ma di una sorta di conoscenza esperienziale immediata, una conoscenza che era un’“esperienza”. Questa conoscenza riguardava la vera natura del mondo, che essi credevano fosse stato creato da un falso dio – il Demiurgo – il quale era giunto a credere di essere il vero Dio. Siamo intrappolati nel mondo del falso dio, ma conserviamo nelle nostre anime delle scintille di luce che provengono dal vero Dio al di là della creazione. Gli gnostici vedevano Cristo come un liberatore venuto sulla Terra, non per morire per i nostri peccati, ma per insegnare la verità e mostrare la via per liberare le scintille e tornare alla nostra vera fonte.</p>
<p>Fino a tempi relativamente recenti, gran parte di ciò che sapevamo sugli gnostici proveniva dai resoconti ostili dei primi Padri della Chiesa. Nel 1945 la situazione cambiò quando fu scoperta una raccolta di scritti gnostici a Nag Hammadi, in Egitto. Grazie a opere come <i>I Vangeli gnostici</i> di Elaine Pagels, è emersa una comprensione più positiva di ciò che rappresentavano gli gnostici. Ormai il termine “gnostico” è entrato nel nostro linguaggio comune e viene utilizzato per caratterizzare una serie di opere della cultura popolare, tutte accomunate in qualche modo dalla nozione di un “mondo falso”. Ho già citato <i>Matrix</i>. Altri film, come <i>The Truman Show</i>, <i>Dark City </i>e<i> The Cube</i>, presentano scenari simili, in cui gli esseri umani vivono in un mondo di cui non si rendono conto che sia irreale. I romanzi dello scrittore di fantascienza Philip K. Dick, molti dei quali sono stati trasposti sul grande schermo, si basano spesso sulla stessa idea.</p>
<p>Serie Netflix come <i>Dark</i> e altre affrontano lo stesso tema: la realtà quotidiana è ben diversa da come crediamo che sia. Direi addirittura che quel tipo di “ermeneutica del sospetto” che il filosofo Paul Ricœur ha sviluppato nel contesto dei testi – alla ricerca del loro significato “nascosto” sotto la superficie – si sia tradotta nella nostra incertezza epistemologica contemporanea, esemplificata dall’ascesa di quello che siamo arrivati a considerare un mondo “post-verità” fatto di “fatti alternativi” all’interno di una realtà malleabile. Sembra che viviamo in un’epoca in cui tutto è plausibile ma nulla è certo, con una pletora di teorie del complotto pervasive che dissolvono la distinzione tra finzione e realtà.</p>
<p>Eppure, già prima degli gnostici, il padre della filosofia occidentale, Platone, aveva presentato ciò che ancora oggi rappresenta un simbolo della differenza tra conoscere la realtà ed essere intrappolati nell’illusione. Nella <i>Repubblica</i>, Platone espone quello che conosciamo come il <i>Mito della Caverna</i>. Ci chiede di immaginare delle persone incatenate in una caverna, costrette a guardare dritto davanti a sé verso una parete, sulla quale si muovono avanti e indietro delle ombre. Dietro di loro c’è un fuoco, che non possono vedere, e davanti al fuoco ci sono delle persone, che non possono vedere nemmeno loro, che trasportano oggetti che proiettano le ombre che vedono. Mentre coloro che sono incatenati guardano le ombre, delle voci spiegano cosa siano. Bloccati sul posto, incapaci di muoversi, la realtà per loro è ciò che vedono sulla parete della caverna.</p>
<p>Il filosofo, tuttavia, riesce in qualche modo ad allentare le sue catene e a voltarsi – possiamo dire che volga lo sguardo verso l’interno, allontanandosi dalle immagini irreali dell’“esterno”? Si rende conto che ciò che aveva scambiato per realtà non erano altro che ombre. Ma c’è di più: riesce a uscire dalla caverna. All’inizio è accecato dalla luce del sole – la Verità è uno shock – ma quando la sua vista si abitua, torna nella caverna per raccontare ai suoi compagni ciò che ha scoperto. Ahimè, coloro che non riescono a vedere la Verità non ci crederanno e, come lo stesso Socrate ebbe modo di constatare, odieranno coloro che cercano di renderla visibile ai loro occhi.</p>
<p>Per molti versi, la caverna di Platone mi sembra una metafora più calzante per i nostri giorni rispetto alla teoria della simulazione. O meglio, vedo la nostra attuale ossessione per la tecnologia personale e per il mondo digitale ed elettronico in cui entriamo attraverso di essa come una fusione tra la caverna di Platone e la teoria della simulazione. Ma in questo caso, la simulazione non è il mondo «là fuori», il mondo delle stelle, delle nuvole, della luce del sole, delle montagne, degli animali, degli alberi e delle altre persone, bensì il mondo in cui entriamo quando restringiamo la nostra coscienza a ciò che vediamo su un iPhone o su un altro dispositivo. Mi colpisce sempre di più il fatto che stiamo perdendo interesse per il mondo esterno – che, secondo i simulazionisti, è una simulazione – e stiamo diventando sempre più dipendenti dal mondo simulato che troviamo sui nostri telefoni. Sembra che stiamo tornando nelle nostre caverne personali, portatili, che portiamo con noi e sulle quali osserviamo le ombre della realtà fornite dai social media. La simulazione, quindi, non è il mondo che vediamo intorno a noi, ma quello in cui trascorriamo il nostro tempo, quando escludiamo il mondo esterno ed entriamo nel flusso della pseudo-realtà elettronica che portiamo in tasca. Coloro che scelgono di non entrare nella caverna devono fare i conti con la «circostanza straordinariamente improbabile» di un mondo non simulato che continua a metterci di fronte al mistero della sua esistenza.</p>
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			</item>
		<item>
		<title>Voli – Messaggeri di una nuova vita</title>
		<link>https://logon.media/it/logon_article/voli-messaggeri-di-una-nuova-vita/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Riccardo]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 21 Jul 2026 18:28:43 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[«Una volta che avrai assaporato il volo, camminerai per sempre sulla Terra con lo sguardo rivolto al Cielo. Perché lì sei stato, e lì desidererai sempre tornare.» John H. Secondari Il volo citato da Secondari può essere paragonato all’esperienza raccontata da Eckhart Tolle nell’Introduzione al suo libro Il Potere di Adesso: il vivere uno stato [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><i>«Una volta che avrai assaporato il volo, camminerai per sempre sulla Terra con lo sguardo rivolto al Cielo. Perché lì sei stato, e lì desidererai sempre tornare.»</i> John H. Secondari</p>
<p><span id="more-128702"></span></p>
<p>Il volo citato da Secondari può essere paragonato all’esperienza raccontata da Eckhart Tolle nell’Introduzione al suo libro <i>Il Potere di Adesso</i>: il vivere uno stato di intensa pace e gioia, con una percezione nuova e viva di tutte le cose.</p>
<p>Chi ha sperimentato questo volo sa che si tratta di un profondo cambiamento interiore.</p>
<p>Quando si apre la porta per vedere ogni cosa con maggiore luce e bellezza, è allora che ci rendiamo conto del torpore in cui prima ci trovavamo.</p>
<p>E come suggerisce Secondari, una volta vissuta questa esperienza, si desidereranno per sempre nuovi voli.</p>
<p>La durata di un volo può variare, ma senza dubbio la prima esperienza è la più straordinaria, perché tutto in essa è nuovo.</p>
<p>Un volo può avere inizio – dopo un periodo di intenso desiderio di illuminazione – attraverso un improvviso cambiamento nel respiro. Esso si accelera e si approfondisce fino a quando, in modo del tutto naturale, giungiamo a un nuovo stato interiore, senza l’ausilio di alcuna tecnica o sostanza.</p>
<p>In quel momento, la respirazione ordinaria, meramente polmonare – quella che sostiene la nostra vita all’interno dell’ordine della nostra natura, dove tutto è in perpetuo mutamento e legato alla dualità – può cedere il passo a un ritmo più sottile. Si tratta della respirazione magnetica, segno di un riallineamento con una realtà completamente diversa: una realtà statica. Questa realtà è l’ordine divino originario, uno stato sublime governato da leggi spirituali del tutto diverse da quelle che regolano la vita ordinaria.</p>
<p>La respirazione magnetica non appartiene interamente allo stato fisico. Si dispiega nel corpo eterico quando una scintilla di coscienza inizia a esprimere uno stato più statico. Non è solo l’inspirazione e l’espirazione dell’aria, ma l’assorbimento e la circolazione delle forze vitali (prana, chi) che emanano da questo ordine superiore. È come se l’intero essere iniziasse a inspirare una corrente vitale direttamente da una fonte più reale e duratura, riempiendo non solo i polmoni ma lo spazio tra i pensieri, risvegliando i centri sottili.</p>
<p>Mentre la respirazione polmonare ci lega al ciclo della nascita, del cambiamento e della morte all’interno di questo ordine naturale, la respirazione magnetica segna la riconnessione dell’essere con la sua vera dimora nell’ordine statico. È qui che ha inizio il volo – non come fuga dal mondo, ma come ingresso in una dimensione dell’esistenza più reale ed eterna.</p>
<p>Naturalmente, esistono somiglianze superficiali con gli stati alterati indotti dalle droghe. Ciononostante, quel percorso è fuorviante, insostenibile e rischioso. Le droghe operano interamente all’interno dello spettro delle polarità di questo ordine naturale (piacere/dolore, euforia/depressione), creando un’illusione di espansione che, in realtà, ci lega ancora più profondamente ad esso.</p>
<p>L’uso di sostanze per perseguire stati di espansione crea percezioni illusorie e fragili. Esse agiscono dall’esterno verso l’interno, mai come un processo veramente interiore di rinascita dall’ordine statico.</p>
<p>Da qui l’ammonimento biblico:</p>
<blockquote><p><span style="font-size: 12pt;"><i><span style="font-family: Verdana, sans-serif; color: #222222; background: white;">In verità, in verità io vi dico: chi non entra nel recinto delle pecore dalla porta, ma vi sale da un&#8217;altra parte, è un ladro e un brigante</span></i>. Giovanni 10:1</span></p></blockquote>
<p>La “porta” è il percorso del vero risveglio che conduce all’ordine statico, mentre “entrare da un’altra parte” è il tentativo di forzare un’esperienza spirituale utilizzando gli espedienti e le forze di questo ordine naturale, come le droghe. Come i veri maestri spirituali sottolineano da tempo, la purezza del veicolo – il corpo e il flusso sanguigno – è una condizione affinché questo nuovo principio vitale dell’ordine statico si manifesti in modo sostenibile, conducendoci verso un legame duraturo con ciò che Secondari chiama “paradiso”.</p>
<p>L’obiettivo, quindi, è trasformare ciò che un tempo erano solo voli in un modo di essere nuovo e duraturo: una rinascita attraverso una trasfigurazione nel corpo glorificato dell’ordine divino originario.</p>
<p>Che tutti noi possiamo compiere questa trasformazione.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Riconoscimento</title>
		<link>https://logon.media/it/logon_article/riconoscimento/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Riccardo]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 13 Jun 2026 16:51:13 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Il riconoscimento non dipendeva da una comprensione completa. Dipendeva dalla risonanza. Alcuni incontri non si presentano come decisivi. Non c’è alcun senso di conversione, nessuna rottura drammatica con il passato, nessun cambiamento esteriore di identità. La vita continua. Le responsabilità rimangono. Eppure qualcosa cambia interiormente, in modo silenzioso, quasi impercettibile, e da quel momento in [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><i>Il riconoscimento non dipendeva da una comprensione completa. Dipendeva dalla risonanza.</i><span id="more-128187"></span></p>
<p>Alcuni incontri non si presentano come decisivi.</p>
<p>Non c’è alcun senso di conversione, nessuna rottura drammatica con il passato, nessun cambiamento esteriore di identità. La vita continua. Le responsabilità rimangono. Eppure qualcosa cambia interiormente, in modo silenzioso, quasi impercettibile, e da quel momento in poi nulla è più del tutto uguale.</p>
<p>L&#8217;ambiente fisico è da tempo passato in secondo piano. Era una stanza normale, spoglia e funzionale. Non era stata creata alcuna atmosfera per ispirare riverenza. Nessun simbolismo richiamava l&#8217;attenzione. Una Bibbia era aperta e le parole venivano lette.</p>
<p>Ciò che rimane vivido non è la stanza, né tantomeno le frasi pronunciate quella sera.</p>
<p>Ciò che rimane è il riconoscimento.</p>
<p>L&#8217;insegnamento non ha cercato di persuadere. Non ha fatto appello all&#8217;identità ereditata né ha preteso fedeltà. Si è svolto in modo misurato e coerente.</p>
<p>E qualcosa dentro di me ha risposto.</p>
<p>Il consenso può essere ragionato fino a esistere e poi ragionato via di nuovo. L&#8217;ammirazione può dipendere dalla personalità o dalla presentazione. Il riconoscimento si muove in modo diverso.</p>
<p>Non sembrava tanto di imbattersi in qualcosa di nuovo, quanto piuttosto di incontrare qualcosa che si intuiva da tempo ma che non era mai stato espresso appieno. La ricerca fino a quel momento era stata sincera. C&#8217;erano stati studio, esplorazione, immersione in idee che promettevano profondità e struttura. C&#8217;era un&#8217;attrazione per modi di vivere ordinati, per la possibilità che la vita potesse essere plasmata dai principi piuttosto che dagli impulsi.</p>
<p>Eppure ogni sistema, per quanto significativo, comportava diversi livelli: storia culturale, forma istituzionale, identità collettiva. Questi sostengono le comunità e preservano la continuità. Interiormente, tuttavia, la domanda si è gradualmente spostata. È diventata meno una questione di appartenenza e più una questione di verità.</p>
<p>Il riconoscimento ha risposto a quel cambiamento.</p>
<p>Non richiedeva un’affiliazione precedente. Non insisteva sull’identificazione prima della comprensione. Si basava sulla coerenza.</p>
<p>C&#8217;era una semplicità in ciò che si incontrava spogliata di ogni eccesso. Nulla si frapponeva tra l&#8217;insegnamento e l&#8217;ascoltatore. Nessuno spettacolo. Nessuna pressione emotiva. Nessuna aspettativa di identificazione di gruppo come condizione di coinvolgimento.</p>
<p>L&#8217;effetto era disarmante.</p>
<p>C&#8217;era pace, la pace dell&#8217;allineamento. C&#8217;era chiarezza, qualcosa che andava al suo posto. C&#8217;era autorità senza dominio.</p>
<p>Mi è sembrato di tornare a casa.</p>
<p>Una casa è più che semplice familiarità; è un luogo in cui ci si trova senza contraddizioni interiori. In quell’incontro, ciò che veniva affrontato era qualcosa di più profondo della biografia o del contesto personale. L’insegnamento non era opprimente né competitivo.</p>
<p>Era in sintonia.</p>
<p>La parola usata per descrivere quel luogo era “scuola”.</p>
<p>Solo più tardi è diventata chiara la profondità di quella parola. Una scuola implica apprendimento, pazienza e disciplina. Presuppone che la comprensione si sviluppi gradualmente e che la crescita richieda una partecipazione costante. Suggerisce che ciò che inizia con il riconoscimento debba continuare con lo sforzo.</p>
<p>Eppure, in quel primo momento, nulla di tutto ciò è stato analizzato.</p>
<p>Il riconoscimento è venuto prima.</p>
<p>Seguì una spiegazione.</p>
<p>Con il passare del tempo, diventa evidente che il riconoscimento è diverso dall’entusiasmo.</p>
<p>L’entusiasmo può nascere dalla novità e svanire quando la novità svanisce. Il riconoscimento dura nel tempo. Resiste alle domande, alla routine, alle delusioni e alla stanchezza. Viene messo alla prova dal tempo e, se è autentico, si approfondisce anziché affievolirsi.</p>
<p>Gli anni portano complessità. La vita raramente si semplifica. Le responsabilità aumentano. Le correnti culturali cambiano. Il dibattito pubblico si fa più acceso. L&#8217;identità diventa centrale in quasi ogni conversazione e le convinzioni sono spesso inquadrate in termini di appartenenza.</p>
<p>In un clima del genere, la chiarezza può essere offuscata.</p>
<p>Il riconoscimento offre un orientamento.</p>
<p>L&#8217;orientamento è la tranquilla consapevolezza della direzione, anche quando il terreno è irregolare. Senza di esso, ogni difficoltà sembra destabilizzante. Con esso, la difficoltà diventa formativa. Le domande continuano, ma non minano più le fondamenta.</p>
<p>Da questa continuità nasce la fiducia.</p>
<p>Abbi fiducia nella coerenza. Abbi fiducia nella corrispondenza. Abbi fiducia nel fatto che il riconoscimento iniziale non fosse una proiezione o uno stato d’animo, ma una risposta.</p>
<p>L’appartenenza, in questo senso, è direzionale. Appartiene a un principio piuttosto che alla personalità. L’appartenenza a un gruppo può offrire rassicurazione; l’appartenenza a un principio richiede un lavoro interiore. Invita alla trasformazione.</p>
<p>Quell’invito non è mai stato imposto.</p>
<p>È scaturito dal riconoscimento.</p>
<p>Con il tempo, ciò che all’inizio appariva semplice ha rivelato profondità. Ciò che sembrava chiaro ha richiesto responsabilità. La comprensione si è dispiegata gradualmente attraverso l’esperienza vissuta piuttosto che attraverso la riflessione astratta.</p>
<p>Il fondamento, tuttavia, è rimasto costante.</p>
<p>Il riconoscimento non dipendeva dalla comprensione completa. Dipendeva dalla risonanza.</p>
<p>Gli impulsi spirituali sorgono in molte forme: attraverso la tradizione, il servizio, la contemplazione o lo studio. Il riconoscimento è personale.</p>
<p>Quando si manifesta, ha una qualità ben precisa. Non si mette in scena. Non si impone. Rimane saldo, naturale, silenziosamente autorevole.</p>
<p>Forse è proprio questo che molti cercano oggi. In una cultura satura di messaggi e affermazioni contrastanti, c’è un desiderio di qualcosa che si erga senza ornamenti, qualcosa di abbastanza trasparente da consentire un incontro autentico.</p>
<p>Il riconoscimento non può essere fabbricato.</p>
<p>Non può essere argomentato fino a esistere.</p>
<p>Può solo essere vissuto.</p>
<p>E una volta vissuto, plasma silenziosamente una vita.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>La gioia suprema dell&#8217;Essere</title>
		<link>https://logon.media/it/logon_article/la-gioia-suprema-dellessere/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Riccardo]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 09 Jun 2026 14:18:54 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[I passi misteriosi del Sentiero della Conoscenza Assoluta «Essere o non essere: questo è il dilemma». Il volto riflesso nello specchio è sconcertato. «Chi sono io?» E, tra stupore e scoperta, si rende conto di essere un guscio, una maschera, un personaggio. «Ma è tutto qui ciò che sono?» – si chiede ben presto. All’interno [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><i>I passi misteriosi del Sentiero della Conoscenza Assoluta</i></p>
<p><span id="more-128139"></span></p>
<p>«Essere o non essere: questo è il dilemma».</p>
<p>Il volto riflesso nello specchio è sconcertato. «Chi sono io?» E, tra stupore e scoperta, si rende conto di essere un guscio, una maschera, un personaggio. «Ma è tutto qui ciò che sono?» – si chiede ben presto.</p>
<p>All’interno di quel bozzolo, il bruco addormentato non striscia più ai livelli infimi della sua natura terrena. Ma sogna di essere la farfalla blu che si eleva verso altre dimensioni sconosciute, con eterea ed eterna leggerezza.</p>
<p>All’improvviso, si rende conto di non essere più un bruco, ma di non essere ancora una farfalla. Così, all’interno di quel bozzolo, come un seme, avverte un immenso desiderio di sbocciare, di essere libero, di liberarsi e volare verso un sole sconosciuto.</p>
<p>Ma il sé del bruco continua a contorcersi all’interno. Pensa ai propri obblighi sociali, al proprio istinto di sopravvivenza, al desiderio di danzare e cantare la propria gioia piena di leggerezza terrena. Eppure, nel profondo, la quasi-farfalla è desiderosa di conquistare uno spazio infinito ed eterno.</p>
<p>All’interno del bozzolo ha inizio il conflitto: il sé del bruco sente scorrere nelle sue vene il “sangue” dei suoi genitori, del suo paese, di tutte le sue tradizioni e credenze. La quasi-farfalla prova una profonda nostalgia ─ un desiderio di essere e basta.</p>
<p>Una luce sconosciuta, proveniente dall’Alto, apre una fessura e raggiunge il centro del bozzolo. Il sé-bruco si arrende. Si rende conto di non essere più un bruco.</p>
<p>La farfalla svolazza leggera.</p>
<p>All’alba, si realizza la gioia suprema dell’essere.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Oggi ne ho incontrato una… due… tre</title>
		<link>https://logon.media/it/logon_article/oggi-ne-ho-incontrato-una-due-tre/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Riccardo]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 07 Jun 2026 15:35:41 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Ciò di cui avevo bisogno in quel momento Molti anni fa, mentre passeggiavo lungo la spiaggia, mi sono imbattuto in una ragazza seduta a gambe incrociate sulla sabbia che scriveva su un taccuino che teneva sulle ginocchia. Rifletteva e, a quanto pare, annotava i suoi pensieri. Ci siamo scambiati solo qualche parola di saluto, ma [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><i>Ciò di cui avevo bisogno in quel momento</i></p>
<p><span id="more-128054"></span></p>
<p>Molti anni fa, mentre passeggiavo lungo la spiaggia, mi sono imbattuto in una ragazza seduta a gambe incrociate sulla sabbia che scriveva su un taccuino che teneva sulle ginocchia. Rifletteva e, a quanto pare, annotava i suoi pensieri. Ci siamo scambiati solo qualche parola di saluto, ma ho percepito in lei qualcosa di diverso e ho pensato: «Oggi ne ho incontrata una». Non sapevo esattamente cosa fosse “una di quelle”, ma sentivo che si trattava di qualcosa di speciale, forse nel senso di un’anima. Proseguii per la mia strada.</p>
<p>Oggi ho provato la stessa sensazione nei confronti di un’altra ragazza che era venuta ad aiutarmi con un po’ di lavoro. Una leggerezza, una gioia, un amore genuino e spontaneo per i suoi simili. Una naturalezza. Di nuovo la sensazione di “oggi ne ho incontrata una”.</p>
<p>Ma un attimo: il giorno dopo ho incontrato altre due di queste persone speciali, una era un’amica che conosco da molto tempo, l’altra un ragazzo che portava a spasso il cane in un parco del quartiere. Ho riconosciuto in ciascuno di loro qualcosa di speciale, proprio come nelle persone incontrate in precedenza. Qualcosa di non forzato, non manipolato in alcun modo, semplicemente naturale e reale. Persone calorose, amorevoli, genuine, con una gioia interiore naturale, non influenzate dal tumulto del mondo, come se ne fossero scollegate. Forse nemmeno percepita da loro stesse, ma comunque presente.</p>
<p>Come avevo fatto a non notarli prima? Ho riflettuto sul fatto che, se ho incontrato un piccolo numero di questi esseri, quanti altri potrebbero essercene sulla terra in questo momento. In ogni caso, un’esperienza di infinito, in cui il tempo e la distanza non hanno alcun ruolo, il passato e il futuro non sono rilevanti. Erano semplicemente lì a fare ciò che era necessario in quel momento.</p>
<p>Se ce n&#8217;erano alcuni, ce ne devono essere, ce ne saranno molti di più ora e nei tempi a venire. Forse la loro leggerezza e il loro amore miglioreranno quella stessa esperienza che sta crescendo su questo pianeta proprio ora, negli individui ma anche collettivamente, elevandola a una vibrazione più alta.<br />
Che ci sia gioia!</p>
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